STRATEGIE

Oltre il data tracing, intelligenza artificiale “game changer” della Fase 2

L’utilizzo di tecnologie 4.0 è cruciale per la ripresa economica e delle relazioni sociali. Epifani (Dti): “Servono strumenti in grado di leggere le correlazioni tra gli eventi e tra i dati rilevati dalle soluzioni di tracciamento per mettere in campo azioni efficaci”

23 Apr 2020

Federica Meta

Giornalista

La Fase 2 è alle è alle porte: aziende e PA si stanno attrezzando per ripartire in sicurezza. La sfida non riguarda solamente la ripresa delle attività economiche e di servizio ma la riorganizzazione del lavoro, degli spostamenti delle persone, delle abitudini di consumo. In questo contesto le tecnologie, soprattutto quelle più avanzate – abbiamo già visto come il digitale 3.0 sia stato il pilastro della tenuta durante l’emergenza sanitaria –  possono diventare il vero game changer.

Il Digital Transformation Institute ha pubblicato un manifesto in cui elenca i punti principali dai quali ripartire per sviluppare una riflessione condivisa su come affrontare la Fase 2. E nel quale le tecnologie 4.0 giocano un ruolo centrale.

“In questi giorni parliamo di Contact Tracing e rischiamo di trasformarla nell’unico elemento di rilievo per uscire dalla fase 1, dimenticandoci che nella “famosa” strategia TTT il Trace è solo una delle tre T – spiega a CorCom Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute – Ciò pone due problemi potenzialmente molto gravi: in primo luogo rendere del tutto inutile il contact tracing in assenza di controlli diagnostici immediati collegati all’attività di tracciamento, in secondo luogo limitarsi ad un approccio “reattivo” rispetto ai risultati del tracciamento. Sottodimensionando così l’importanza di sviluppare una strategia che guardi alla società ed alla gestione del problema non solo con un approccio orientato al contenimento del contagio, ma alla riapertura che non è solo dell’economia, ma della vita delle persone. Dobbiamo imparare a convivere con il Coronavirus, che ci farà compagnia per un bel po’. Dobbiamo quindi capire come ripensare la nostra società in funzione di ciò. Senza ripensare società, flussi, modelli, approcci è del tutto inutile puntare in maniera taumaturgica su una tecnologia. Indipendentemente da come venga sviluppata”.

La multidimensionalità, di cui dovranno tenere conto i decision maker nella fase in cui stiamo per entrare, necessita di un ricorso massiccio agli strumenti di intelligenza artificiale in grado di tracciare correlazioni tra i dati e su strumenti in grado di gestire una società che dovrà dimostrarsi sempre più adattabile di fronte ad una complessità sempre più alta.

In questo quadro il contact tracing diventa solo il punto di inizio di azioni che devono tenere conto delle numerose variabili in gioco.

“Sarebbe più utile – secondo Epifani e l’altro autore Alberto Marinelli, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma – concentrarsi su hube bridge che connettono le diverse tipologie di cluster: si tratta di tracciare prioritariamente quelle persone che si spostano molto o che entrano potenzialmente in contatto con un vasto numero di persone, facendo da hub, o con categorie diverse di persone, facendo da bridgee da super spreader mettendo così in contatto cluster che altrimenti sarebbero rimasti circoscritti o addirittura isolati”.

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Così si riuscirà a gestire una fase in cui le persone dovranno essere nelle condizioni di uscire, lavorare, riprendere i contatti sociali. Senza però considerare l’Italia come un unicum: l’epidemia non si è evoluta allo stesso modo in aree del Paese profondamente diverse tra loro – dal punto di vista dell’economia  e della struttura sociale – e che spesso non corrispondono automaticamente con i confini regionali.

Le strategie di normalizzazione non possono non tenere conto di questo. Come intervenire? “È necessario attuare un processo di differenziazione che si basi sulle specifiche caratteristiche dei nodi e dei cluster che vengono via via riattivati e sul potenziale di diffusione virale espresso dal grafo che generano (ossia dai pattern relazionali attivati)”, spiega Epifani.

Il manifesto dedica ampio spazio anche alla scuola, gande assente – purtroppo dal dibattito sulla fase 2. “Nella scuola, la gestione degli esami di fine percorso, quelli delle scuole medie di primo o di secondo grado, può essere effettuata in presenza, prescindendo dalle decisioni assunte per la frequenza scolastica ordinaria e – se necessario ampliando le finestre temporali – garantendo la sicurezza di studenti ed insegnanti. Allo stesso tempo, una parte significativa degli esami universitari possono agevolmente essere gestiti on-line, liberando l’impatto sulle strutture e riservando la presenza a quelle materie che funzionalmente lo richiedono, come nel caso delle prove svolte in laboratorio”.

Ma la strategie di ripresa non puà prescindere dal coinvolgimento della cittadinanza che deve diventare sempre più attiva. “È necessario porre un argine alle demagogiche contrapposizioni esibite nelle rappresentazioni mediatiche – si legge – per passare ad una dimensione di ricostruzione di senso comprensibile e condivisa che parta dalla presa d’atto del fatto che ci troviamo di fronte ad una trasformazione sociale epocale. La gestione della complessità ha bisogno di intelligenza distribuita, consapevolezza e partecipazione attiva, trasparenza nei processi amministrativi e decisionali”.

Infine, ma non meno importante, il ridisegno del futuro in ottica di sostenibilità. Le scelte più opportune e funzionali che saranno necessarie per ridisegnare mobilità, lavoro, istruzione, turismo, tempo libero, occasioni collettive di svago e di cultura, deriveranno dalla nostra capacità di immaginare e costruire modelli complessi, basati su approcci sociali, economici ed ambientali sostenibili. Modelli che tengano insieme scelte economiche e loro impatto sociale ed ambientale, facendo ricorso alla sostenibilità digitale come strumento trasversale ed abilitante.

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