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INNOVAZIONE

Open innovation, Ibarra: “Aziende ingessate, apriamoci alle startup”

L’ad di Wind Tre sulla contaminazione con le nuove imprese 2.0: “L’organizzazione per silos non favorisce un’evoluzione rapida: non bisogna aver paura dell’esterno”. Su questo fronte l’Italia arranca: il 45% delle imprese non ha in piedi alcun progetto “aperto”

07 Feb 2017

Andrea Frollà

“È necessario comprendere come fare innovazione in modo spontaneo e naturale per cercare di superare il rischio di ingessatura legato ai processi aziendali, che troppo spesso rappresentano un vero e proprio ostacolo alla diffusione dell’innovazione”. Secondo l’amministratore delegato di Wind Tre, Maximo Ibarra, le resistenze delle aziende italiane di fronte all’open innovation sono una questione di approccio. L’osservatorio del numero uno del gruppo fresco di fusione è privilegiato non solo per il ruolo ricoperto, ma perché la compagnia che guida è impegnata in prima persona per favorire l’innovazione aperta e le partnership con il mondo delle startup digitali.

“L’innovazione non è uno dei tanti progetti – sottolinea Ibarra – ma una necessità per cui bisogna porre attenzione ai fattori culturali e organizzativi decisivi per una sua corretta gestione”. Per l’ad di Wind Tre pesa molto la questione culturale e per superare eventuali barriere “ben vengano le iniziative di contaminazione con realtà esterne come le startup”. La compagnia di tlc, soprattutto tramite la piattaforma virtuale Wind Business Factor, già lo fa ma guardando i dati dell’ultimo Osservatorio Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Polimi, bisogna sottolineare che fa parte delle eccezioni.

I manager delle imprese italiane si sono ormai convinti che, tramite l’open innovation, il processo di innovazione diventi più agile, interattivo e aperto. Ma le principali fonti di innovazione negli ultimi 3 anni sono tuttavia ancora piuttosto “tradizionali”: i vendor e i sourcer di tecnologie (40%), le linee di business (38%), i clienti esterni (29%) e le società di consulenza (26%). Nelle previsioni per i prossimi 3 anni ne e,mergeranno altre fino a oggi di minor impatto, tra cui le università e le startup, ma all’attenzione dei vertici aziendali non sta corrispondendo un insieme di azioni concrete diffuse: il 45% delle imprese non ha ancora intrapreso alcuna iniziativa di open innovation.

“L’organizzazione aziendale per silos, figlia dei modelli degli anni 70’ e 80’, non favorisce la sperimentazione di iniziative evolutive di tipo esponenziale in linea con i ritmi del cambiamento odierno”, mette in luce Ibarra secondo il quale “è necessario aprirsi, con pragmatismo e con il giusto committment, tramite l’impegno in prima persona dei vertici aziendali, a chi ha già seguito un percorso di cambiamento per cercare di acquisire le giuste competenze e attitudini”.