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SCENARI

PA digitale, Roberta Cocco: “Milano in accelerazione, prossimo step? Tutto su mobile”

L’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici disegna il bilancio dei risultati raggiunti dal capoluogo lombardo sul fronte innovazione: “Obiettivi chiari, condivisione, partnership con realtà internazionali i passaggi chiave. I nostri progetti sono a disposizione di tutto il Paese”

03 Set 2018

R. C.

Per Milano, “sharing” non è una parola di moda. E’ invece uno dei concetti chiave che stanno determinando il successo nella digital transformation della sua pubblica amministrazione. “Sharing” come condivisione degli step messi a rete: dalla nascita della piattaforma PagoPA su cui Milano ha tagliato il traguardo per prima, al Fascicolo elettronico del cittadino fino al recente subentro in Anpr. Ma anche come filosofia alla base della policy di scambi – il “digital bridge” -, di esportazione e importazione di best practices, flussi di informazioni e modelli con altre realtà del Paese e città straniere, da Tallin a New York passando per Tel Aviv. Milano, insomma, come grande hub nel processo di innovazione italiana. “Ma non vogliamo essere i primi della classe: puntiamo a lavorare con tutti. Perché se Milano raggiunge l’obiettivo dev’essere un vantaggio per tutta l’Italia”. Parla Roberta Cocco, assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici del capoluogo lombardo, appena entrata nel suo terzo anno d’incarico. 

Assessore Cocco, Milano rappresenta una punta di diamante nell’innovazione anche della PA. Quali sono gli ingredienti che determinano questa eccellenza?

Milano sta facendo una grande corsa per recuperare anni di digitale mancato, e questo ci impone di lavorare sodo per poter contare su un piano il più possibile complessivo. Per cui direi che l’ingrediente principale è il seguente: crederci. Credere nel trasferimento digitale, e avere un sindaco in prima linea che si spende per un forte rinnovamento. Questo ha significato, come nel nostro caso, una ristrutturazione del reparto sistemi informatici decisamente anomala per un Comune, con un Cto come direttore apicale a cui riporta un direttore per la parte applicativi e infrastrutture, ma anche un direttore per la parte dati, un direttore per la parte digitale e infine una quarta persona che riporta al Cto e si occupa di sicurezza informatica. Caratteristiche, direi, più tipiche del settore privato. 

E il secondo ingrediente?

Un piano chiaro e ben identificato negli obiettivi e nelle modalità fin dal suo annuncio, nel 2016, con l’individuazione di 4 pilastri: infrastruttura, servizi digitali ai cittadini, educazione digitale e competenze digitali. 

Poi però si parla anche di un “digital bridge”…

Sì, potremmo definirlo il quinto pilastro, trasversale: rappresenta cioè la nostra strategia di partnership con le altre città. Mi spiego: abbiamo costruito alleanze con grandi realtà internazionali con cui scambiamo esperienze. Per esempio, Tallin con cui stiamo lavorando sull’identità digitale, o Barcellona per le piattaforme di open data, o ancora Tel Aviv per la sicurezza informatica… La nostra filosofia prevede poi di offrire modelli che mutuiamo dagli altri a chi lo richiede. 

Milano come hub?

L’obiettivo è lavorare tutti insieme, altrimenti si crea una spaccatura troppo forte. Quindi da un lato trasmettiamo tecnologia, infrastrutture, progetti, dall’altro accogliamo da grandi realtà internazionali progetti da adattare alle nostre esigenze.

A che punto siete del percorso?

Il progetto base è l’interoperabilità: sta già dando ottimi risultati, ma il percorso non è finito. Il database unico creato dal dipartimento tecnologico consente “lato interno” di attingere in base alle richieste, “lato esterno” di mettere a disposizione dei cittadini una serie di servizi essenziali. In questo senso il più grande progetto già realizzato e visibile è il fascicolo del cittadino, il nostro fiore all’occhiello: i dati di ogni singolo si trovano in un’area protetta e sicura, accessibili attraverso un’autenticazione forte, con Spid. E il cittadino lì trova certificato anagrafico, di residenza, permesso di soggiorno se c’è, dati di stato civile ecc. Ma è un progetto “in progress”, che a cadenza regolare mette a disposizione nuove funzionalità. Ed è anche un progetto che stiamo condividendo con molte città, l’ultima è Venezia.

Che feedback avete dal fascicolo?

Da aprile 2017, quando l’abbiamo lanciato, conta 700mila pagine visualizzate: un risultato di grande soddisfazione, ma il lavoro deve andare avanti, grazie anche a partnership con scuole, fondazioni e università per spingere l’educazione digitale.

PagoPa è stato un passaggio centrale per la digital transformation.

Sì, e Milano è stato il primo grande Comune italiano a debuttare. Ma ha comunque registrato una forte accelerazione, nel Paese, nel corso degli ultimi due anni. Era l’inizio del 2017 quando lanciammo la gara d’appalto: fu vinta da un’associazione d’impresa composta da Dedagroup, Eustema, Data Management. La “prova su strada” fu il pagamento della Tari 2017 con cui registrammo un enorme picco di anticipo della riscossione, prezioso per le casse del Comune. Invece per il pagamento 2018 (la prima rata), al 22 luglio eravamo già a quota 53mila transazioni, per un totale di incasso di oltre 13 milioni di euro. Anche in questo caso la copertura del servizio non è totale, ma i numeri ci dicono che la strada imboccata è quella giusta.

Non c’è solo la Tari, all’orizzonte…

Il sistema dei pagamenti digitali è un grande progetto per il Paese, e prevede di estendersi progressivamente a tutti i procedimenti della pubblica amministrazione. In particolare, il Comune di Milano ha potuto contare sulla collaborazione delle imprese coinvolte dalla gara, come dicevo, ma in particolare su Dedagroup, in quanto specializzata proprio in questo tipo di soluzioni cruciali che prevedono la digitalizzazione dei pagamenti. I progetti sono molteplici e, laddove integreremo nei processi anche componenti di pagamenti elettronici, Dedagroup si configura come partner necessario. Per tornare alla domanda: certo, non solo Tari. In campo c’è la messa a punto dei pagamenti delle tasse per i servizi educativi, ovviamente la nuova Tari e, in previsione, i pagamenti per progetti che stiamo digitalizzando come Suev, lo sportello unico eventi. Un fronte, questo, su cui Milano è precursore fin dai tempi di Expo.

Da poco siete subentrati in Anpr.

Sì, ed è l’altro grande tema: un passaggio complesso, preparato nel corso di un anno in dual mode. Abbiamo deciso di non incidere sul tempo dei cittadini – non abbiamo mai chiuso gli sportelli dell’anagrafe: la migrazione è iniziata dalla chiusura degli sportelli il venerdì all’apertura del lunedì. Il percorso ha coinvolto non solo i team locali dei sistemi informativi, ma anche Agid, il team della trasformazione di Diego Piacentini, il partner di governo Sogei, i partner esterni. Con l’ingresso delle ultime settimane degli altri Comuni, ormai la popolazione in Anpr è di 6 milioni e mezzo. Oltre il 10% della popolazione: un anno fa erano solo 10 Comuni. Forte accelerazione, ma di nuovo: siamo solo all’inizio.

Quali sono i prossimi step?

Puntiamo a portare gli stessi servizi sul mobile: a quel punto saranno davvero a disposizione di tutti. E rappresenterà anche un passo verso la conquista delle nuove generazioni da parte dei servizi pubblici: una nuova “educazione civica” che punti a stimolare la domanda di innovazione. Perché ragazzi, ecco il mio appello: chiedete i libri, chiedete scuole con strumentazione digitale. Se aumenta la domanda, aumenterà l’offerta.

Il processo di gestione della PA digitale si trova a un’impasse: cosa si aspetta una città come Milano dal nuovo Governo?

Dal mio punto di vista non va fermata una macchina appena ripartita. Mi sento di poter dire che l’Italia sul fronte innovazione deve scontare troppi anni di ritardo, ma negli ultimi due è stata registrata un’accelerazione: non fermiamo i progetti nazionali. Milano si offre come contributor: siamo interlocutori a disposizione del nuovo Governo, così come di realtà interessate al nostro lavoro e a percorsi di condivisione.

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