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Pinardi (Ingv): “Con l’Ict tutti servizi open access, senza rinunciare alla massima risoluzione possibile”

La ricercatrice spiega come le app rivoluzionano la scienza: “Grazie ai sistemi cloud una nuova rivoluzione per l’oceanografia”

18 Ott 2014

Patrizia Licata

Le Ict hanno rivoluzionato il monitoraggio del mare, per gli scienziati ma anche per gli utenti finali: ce lo spiega Nadia Pinardi, professore associato di Oceanografia all’Università di Bologna e ricercatore associato dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). L’Ingv ha sviluppato un servizio per il monitoraggio e le previsioni delle condizioni del Mar Mediterraneo come parte di una più larga collaborazione col programma europeo Copernicus – spiega la Professoressa Pinardi – In particolare il Gruppo di Oceanografia operativa ha costruito un sistema ad alta risoluzione che fa previsioni sulla temperatura, le correnti, i venti, le onde e tutti gli altri parametri che interessano il mare e questo servizio, grazie alle Ict, è diventato finalmente open access.

Una rivoluzione per scienziati e anche utenti del mare?

Sì, per tutti coloro che non solo studiano il mare ma che vivono e lavorano sul mare. Noi seguiamo per il mare una sorta di ‘strategia Google‘: come Google aspira a mettere a disposizione degli utenti il mondo in 3D, così noi vogliamo mettere a disposizione di tutti dati in modo facilmente accessibile e alla massima risoluzione.

Quali sono le applicazioni per gli utenti?

Il servizio di monitoraggio del Mare Mediterraneo di Copernicus offre dati per tantissime nuove applicazioni per utenti finali, come il controllo dello stato di salute dell’ecosistema marino o la sicurezza del trasporto, con la capacità di prevedere gli eventi estremi lungo la costa. Ancora, si possono gestire le emergenze come il versamento di sostanze inquinanti: siamo in grado di prevedere dove si sposterà la macchia e di individuare chi ha inquinato affinché sia perseguibile a livello legale. Un altro servizio avanzato è quello che controlla le risorse ittiche per una pesca responsabile. Tutto ciò è in linea col programma europeo Horizon 2020, che parla di Blue growth ad indicare tutte le applicazioni che fanno crescere l’economia del mare nelle sue varie forme.

Quali sono gli strumenti tecnologici che hanno reso possibile questa rivoluzione?

Le connessioni Internet a larga banda per scaricare e scambiare dati, i software avanzati che ci permettono dal desktop di accedere a grandi quantità di dati in tempo reale, gli strumenti per l’analisi di questi dati. Le previsioni sono realizzabili velocemente grazie all’High Performance Computing, basato su grandi cluster di processori che lavorano in parallelo.

Usate anche il cloud computing?

È la nuova frontiera: presto l’accesso ai dati e parte di quello che sviluppiamo su cluster dedicati verrà provato su cloud e probabilmente sarà spostato in grossa parte lì in futuro. Per l’accesso ai dati e per i software avanzati di lettura e scoperta dei dati il cloud è la tecnologia di riferimento, dà un’enorme flessibilità. Il cloud serve per l’acceso e l’analisi dei dati, mentre la loro produzione ha sede nell’High Performance computing presso grandi centri di calcolo come quelli del Cineca e del Cmcc.

Portare la ricerca del mare sul cloud potrà creare qualche problema di sicurezza?

Non c’è un problema di sicurezza oggi nel nostro settore. Ma le Ict ci mettono a disposizione, se necessario, anche protocolli avanzati per proteggere i dati sensibili senza venir meno all’esigenza di disseminare l’informazione. Così in futuro si potrebbe prevedere un uso duale dei dati sul mare, uno civile, aperto a tutti, e uno riservato. Ma questo è di là da venire: oggi l’importante è conoscere il mare, allargare la base conoscitiva dei processi e sviluppare nuove applicazioni.

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