IL DOSSIER MOVIETUBE

Pirateria online, i colossi del Web si armano contro Hollywood

Google, Facebook, Twitter e Yahoo depositano alla Corte di New York un “dossier” per contrastare l’ingiunzione di Sony, Universal, Warner Bros, Disney, Century Fox e Paramount contro la piattaforma di streaming gratuito Movietube. L’accusa riguarda indirettamente anche tutte le piattaforme da cui si può arrivare al portale e quindi motori e social

Pubblicato il 12 Ago 2015

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È raro vederli tutti assieme per una causa comune. Quindi se Google, Facebook, Twitter e Yahoo! hanno deciso di unire le forze la questione deve essere molto seria. I quattro big del Web hanno infatti presentato un documento comune che accusa esplicitamente l’industria cinematografica americana di voler rispolverare il SOPA (Stop On line Piracy Act), un progetto rigettato dal Congresso nel 2012 che avrebbe concesso alle autorità di bloccare – su segnalazione – siti e piattaforme in odore di pirateria on line con pesanti, immediate conseguenze anche per gli operatori dell’advertising e del search.

Entrando più nello specifico, il brief redatto da Google, Facebook, Twitter e Yahoo! è stato depositato alla corte di New York per contrastare sul nascere un’ingiunzione siglata da sei studio che fanno capo alla MPAA (Motion Picture Association of America). Sony, Universal, Warner Bros, Disney, Century Fox e Paramount hanno messo nel mirino non solo Movietube, un sito su cui è possibile vedere in streaming e gratuitamente film caricati dagli iscritti, ma anche tutte le piattaforme che più o meno direttamente indirizzano gli utenti del Web ai contenuti del portale. Ed è qui che entrano in gioco motori di ricerca e social network.

“Gli sforzi dei ricorrenti per legare l’intera Internet a un’ingiunzione preliminare è inammissibile”, si legge nel documento firmato a quattro a mani. Viola i principi basilari della Rete e ignora il DMCA (Digital Millennium Copyright Act), che limita specificamente la portata del decreto ingiuntivo imponibile sui fornitori di servizi on line in casi relativi al copyright”. Le tech company precisano che non è loro intenzione condonare l’utilizzo dei propri servizi al fine di infrangere il diritto d’autore e che collaborano attivamente con i detentori dei diritti per individuare gli illeciti, “ma l’ingiunzione proposta, trascendendo i limiti del potere giudiziario e l’equilibrio stabilito dal Congresso su questa materia, avrebbe serie conseguenze per tutta la community on line”.

Come detto, il vero timore di Google, Facebook, Twitter e Yahoo! è che un eventuale recepimento dell’ingiunzione avanzata dall’MPAA potrebbe portare a riconsiderare l’introduzione di provvedimenti simili a quelli contenuti nel temuto SOPA.

Il SOPA era stato presentato al Parlamento americano con l’intento di aumentare i poteri di censura on line delle Autorità in base alle segnalazioni di appropriazione indebita di proprietà intellettuali. Nel caso in cui fosse stato approvato, la Corte, oltre a far chiudere le attività incriminate, avrebbe potuto anche intervenire sui gestori di network pubblicitari, impedendo loro di continuare a fare business con i titolari delle piattaforme fuorilegge. Non solo: gli accusatori avrebbero avuto inoltre la facoltà di richiedere l’annullamento dei link forniti dai motori di ricerca ai siti in questione e addirittura di ottenere dalla corte l’autorizzazione necessaria per obbligare gli Internet service provider a bloccare l’accesso ai siti. Una serie di misure così restrittive da suscitare l’indignazione non solo del settore, ma anche dell’opinione pubblica: se circa 115 mila siti Internet si schierarono pubblicamente contro l’Atto, dieci milioni di utenti firmarono una petizione per contrastarlo, addirittura otto milioni di persone telefonarono al Congresso e quattro milioni inviarono mail di protesta.

Nonostante ciò, l’odierna di battaglia di Google e dei suoi alleati rappresenta solo l’ennesima puntata di un braccio di ferro che dal 2012 non si è interrotto. Già l’anno scorso Mountain View accusava l’MPAA di lavorare in segreto per riportare in superficie il SOPA. Ora che in campo sono scesi pubblicamente anche Twitter, Facebook e Yahoo! la partita contro Hollywood potrebbe risolversi con un risultato definitivo.

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