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Pmi innovative e startup: l’Ict fa aumentare i margini, vola il venture capital

Anitec-Assinform e Infocamere: la redditività delle aziende del segmento Information & Communication technology si attesta a 32,3 centesimi per ogni euro contro i 22,5 centesimi negli altri settori. E dalle rilevazioni EY emerge una crescita del 67,3% dei fondi raccolti, sfondato il tetto dei 2 miliardi

Pubblicato il 12 Gen 2023

Startup e Pmi, il digitale spinge l’aumento “demografico” e gli utili. Emerge dal monitoraggio realizzato da Anitec-Assinform e Infocamere (scarica qui il documento), secondo cui sono 8.416 le startup con codice Ateco associato al settore Ict registrate nell’ottobre 2022, con una crescita dell’8,6% rispetto alle 7.749 rilevate al termine del 3° trimestre 2021. Inoltre le startup e le Pmi innovative Ict continuano a generare più margine, anche se resta la sfida dei costi non operativi: per ogni euro di produzione nel 2021 hanno generato 32,3 centesimi di valore aggiunto (32,2 nel 2020) contro 22,5 centesimi nel segmento non-Ict (19,5 nel 2020).

Anche sul versante venture capital si registrano progressi: secondo l’EY Venture Capital Barometer il 2022 è stato l’anno record per il Venture Capital in Italia per investimenti in startup e scaleup: superato il traguardo dei due miliardi di euro di investimenti raccolti (+67,3% rispetto al 2021).

In crescita startup e Pmi innovative

Sono 8.416 le startup con codice Ateco associato al settore Ict registrate nell’ottobre 2022, con una crescita dell’8,6% rispetto alle 7.749 rilevate al termine del 3° trimestre 2021.

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Rimane stabile la distribuzione territoriale con più della metà delle imprese concentrate in tre regioni: Lombardia che conta il 29,4% delle SPMII Ict, Lazio (14%) e Campania (8,4%). Seguono Emilia-Romagna (6,8%), Veneto (6,8%), Piemonte (5,6%), Toscana (4,8%), Puglia (4,8%), Sicilia (3,9%), Marche (2,1%), mentre le altre regioni rappresentano quote inferiori al 2%.

Sostanzialmente stabile anche la distribuzione delle SPMII Ict per filone di attività, con quote rilevanti nei filoni Artificial Intelligence & Machine Learning (12,1%), IoT (10,7%), Mobile app (8,3%) e quote importanti per Big data e data science (5,1%), blockchain (4,7%), Cloud (3,8%), Industria 4.0 (3,7%). Molto bassa la quota di SPMII Ict in ambito cybersicurezza e crypto (2,2%). 

Inoltre da questa edizione del monitoraggio è stato analizzato un perimetro “allargato” che, oltre alle 8.416 imprese con codice Ateco Ict, include anche 3.071 imprese che si sono registrate con codici Ateco non associati al settore Ict, ma che dichiarano – nella sezione “Vetrine” del registro speciale – di svolgere attività digitali. Con questo nuovo perimetro di 11.487 imprese, la quota Ict sul totale di startup e Pmi innovative Ict (16.554 a ottobre 2022) aumenta al 69%, ovvero più di 2 su 3.

Gli indicatori di produttività

Gli indicatori di produttività per azienda segnalano un progressivo miglioramento soprattutto per startup e Pmi innovative Ict attive nei filoni di attività digitale dai mercati più dinamici, quali 4.0 e Digital Enabler. Complessivamente, le SPMII Ict con bilancio depositato hanno prodotto nel 2021 beni e servizi per un totale di 2,5 miliardi di euro (1,6 nel 2020). Una quota sempre rilevante di startup e Pmi innovative Ict si trova in una fase embrionale di sviluppo. Uno sviluppo che è finalmente in accelerazione nel 2021 rispetto ai due anni precedenti, come confermato dalle dinamiche di produzione complessiva, media e mediana in crescita demografica più dinamica nell’ultimo anno soprattutto nei filoni di attività 4.0 e altre tecnologie e soluzioni digitali.

Indicatori di profittabilità

Complessivamente nel 2021 per ogni euro di produzione, le Pmi e startup innovative Ict hanno generato 32,3 centesimi di valore aggiunto (32,2 nel 2020) contro 22,5 centesimi nel segmento non-Ict (19,5 nel 2020), a conferma della maggiore creazione di valore da parte delle attività sviluppate dalle aziende specializzate nei mercati tecnologici avanzati. Valore aggiunto complessivo, medio e mediano nel segmento Ict sono in netta ripresa nel 2021 (33,9% crescita annua del VA complessivo, 65,4% del VA mediano) e, a eccezione della mediana, tornano ai livelli del 2019 (quando l’impatto congiunturale e economico della pandemia era ancora agli inizi).

Queste dinamiche portano il valore aggiunto medio per addetto nell’Ict a 48,2 mila euro (50 mila euro per le aziende con vetrine digitali valorizzate), contro una media non-Ict pari a 41,8 mila euro. Questo significa che la produttività per unità di lavoro (o per addetto) delle startup e Pmi innovative del settore Ict è superiore a quelle non-Ict. Più aziende Ict nascono nella nostra economia, maggiore è la capacità di raggiungere livelli di produttività superiori.

Misurazione delle perdite

Tuttavia, le perdite non mancano, anzi peggiorano a -188 milioni di euro (-142,7 milioni nel 2020) contro -78,9 milioni di euro per quelle non-Ict (-83,7 milioni nel 2020) anche se a livello di media i risultati individuali aziendali sono meno negativi per il settore Ict, soprattutto nei filoni di attività 4.0 e Digital Enabler. Questi risultati denotano complessivamente un’incidenza maggiore sulla gestione da parte dei costi non operativi (oneri finanziari e straordinari e politiche di accantonamento e ammortamento) presso le SPMII Ict rispetto al segmento non Ict, anche se non pervasivo essendo media e mediana riscontro di una redditività netta leggermente migliore o in linea con il segmento non Ict.

Innovazione digitale per spingere l’economia

“I dati confermano l’effervescenza del segmento startup e Pmi innovative Ict – dice Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform –. Queste imprese hanno realizzato maggior valore aggiunto con livelli di produttività migliori, soprattutto nei filoni 4.0 e digital enabler. Hanno mantenuto una sostenibilità finanziaria nel medio periodo e continuano a generare margine. In una fase di profonda trasformazione del lavoro, dell’industria e delle catene del valore globali abbiamo l’opportunità di rilanciare la nostra economia puntando sull’innovazione digitale e sui giovani per dare nuova linfa e vitalità al sistema economico”.

“Il report conferma che ci troviamo di fronte ad un universo in salute, portatore di dinamiche in grado di aiutare il Paese a fare il balzo nell’innovazione e nella trasformazione digitale – dice Paolo Ghezzi, dg di InfoCamere -. La qualità dell’analisi dei dati di fenomeni complessi e in evoluzione come quello delle startup e Pmi innovative è sempre più centrale per intercettare bisogni e sviluppi dell’innovazione tecnologica nel Paese”.

2022 anno record per il Venture capital in Italia

Gli investimenti in Venture Capital in Italia nel 2022 hanno raggiunto e superato il traguardo dei due miliardi di euro. Con una raccolta di 2.080 milioni, le startup e scaleup italiane segnano un +67,3% rispetto ai 1.243 milioni del 2021, in controtendenza rispetto a ecosistemi più maturi in Europa, quali Regno Unito e Germania, dove i volumi investiti sono rimasti sostanzialmente stabili. Emerge dall’EY Venture Capital Barometer, studio annuale di EY che ha l’obiettivo di analizzare l’andamento degli investimenti di venture capital nelle startup e scaleup italiane.

L’incremento, spiega Marco Daviddi, Strategy & Transactions Markets Leader Europe West –  è stato possibile grazie all’impatto di adeguate politiche di investimento pubblico supportate da strumenti di intervento dedicati, che hanno consentito la valorizzazione delle relazioni tra investitori pubblici, privati, università, istituti di ricerca, incubatori e aziende, in grado di favorire processi di innovazione”.

“L’Italia – dice Gianluca Galgano, Startup and Venture Capital Leader, EY in Italia – è in controtendenza rispetto ai principali Paesi europei in cui, dopo diversi anni di crescita a ritmi vertiginosi, si è registrata una lieve frenata degli investimenti in startup. Stiamo tuttavia parlando di volumi su scale diverse: in Italia l’investimento pro-capite sul Venture Capital nel 2022 è di 35 euro contro i 61 euro della Spagna ovvero i circa 150 euro investiti pro-capite dai vicini francesi e tedeschi. Lontanissimo il Regno Unito i cui investimenti pro-capite sono pari a 369 euro. Esiste quindi un margine di crescita molto significativo e se saremo in grado di unire le forze per colmare questo gap, si potranno effettivamente sviluppare progettualità in grado di incidere sulla competitività del nostro Paese”.

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