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L'ANALISI

Protezionismo Trump, la vera guerra commerciale sarà sull’hi-tech

All’indomani del veto presidenziale sul deal Broadcom-Qualcomm gli analisti puntano il dito contro le politiche di Washington che nascondono le nuove strategie sotto il manto della sicurezza nazionale e avvertono: il problema non è la concorrenza cinese bensì il malfunzionamento dell’ecosistema digitale Usa

19 Mar 2018

Patrizia Licata

giornalista

La politica pro-America perseguita da Donald Trump non deve impensierire solo i colossi industriali toccati dai dazi su alluminio e acciaio ma anche i gruppi dell’hitech, perché i proclami sulle ragioni della sicurezza nazionale sono solo la copertura per un dannoso e inutile protezionismo, osservano i critici delle strategie del presidente Repubblicano. Il recente stop per ordine presidenziale della proposta d’acquisto di Qualcomm da parte di Broadcom ne è l’esempio evidente. E preoccupante, perché, mentre il commercio di beni e servizi fisici è rimasto invariato da anni, i flussi del commercio elettronico e delle informazioni digitali sono aumentati di 45 volte nell’ultimo decennio, come rileva il McKinsey Global Institute. La guerra commerciale da temere non è quelle sui beni materiali, ma sulla tecnologia.

L’obiettivo primario dell’America oggi è proteggersi dalla concorrenza cinese. Washington ha già lanciato la cosiddetta indagine Section 301; i risultati sono previsti per questa estate, ma probabilmente porteranno a barriere più severe sugli investimenti cinesi nell’IT e nella data economy americani. Ciò potrebbe escludere dal business negli Usa colossi cinesi come Tencent o portare a nuove tariffe sull’importazione di una varietà di prodotti cinesi o addirittura introdurre nuove regole sui visti per gli immigrati cinesi. Intanto la scorsa settimana il comitato che vigila sugli investimenti esteri negli Stati Uniti, Cfius, ha comunicato l’esito del suo dossier sull’operazione Qualcomm-Broadcom, fornendo un assist al successivo veto presidenziale e accogliendo le pressioni per il no arrivate anche dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin, che presiede il Cfius e che aveva già fatto sapere che gli Stati Uniti erano “pienamente preparati” a usare i loro poteri per bloccare l’accordo nel caso fossero emerse minacce per la sicurezza nazionale.

Il Cfius ha motivato la sua posizione contro il deal nei semiconduttori indicando che Broadcom, che ha debiti per 160 miliardi di dollari, avrebbe usato un approccio rivolto al profitto di breve termine e ridotto gli investimenti in ricerca e sviluppo, cui Qualcomm destina oggi il 20% del fatturato. Per il Cfius questo equivale a indebolire un campione nazionale dell’hitech a tutto vantaggio della Cina. Tuttavia tale visione non tiene conto del fatto che Qualcomm ha “collaborazioni strategiche e interessi in Cina che fanno impallidire quelli di Broadcom“, secondo Stacy Rasgon, analista del mercato dei chip di Bernstein.

Molte grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno interessi in Cina, anche se alcune si sono fatti trascinare dall’entusiasmo pro-America di Trump chiedendo più regole contro la concorrenza cinese. Il problema, però, dicono i critici della virata protezionistica di Washington, è che non si può proteggere l’America e intanto fare affari in Cina. Ancora più rilevante è il fatto che il protezionismo potrebbe servire a ben poco, come dimostra il fallito tentativo del governo di Ronald Reagan, negli Anni ’80, di difendere l’industria americana dal predominio del Giappone nei display.

Giusto quindi preoccuparsi della sicurezza nazionale e delle industrie di valore strategico, ma anziché procedere a suon di dazi gli analisti consigliano a Washington di guardare al (mal)funzionamento dell’ecosistema digitale, dominato da incumbent dalle dimensioni gigantesche che schiacciano l’innovazione, minato da un sistema formativo che non prepara per i mestieri dell’era dell’automazione e che ancora aspetta un potenziamento degli investimenti nelle infrastrutture di banda ultralarga.

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