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SMART LIFE

Quantified self: ecco la sanità del futuro

Dai contapassi ai cardiofrequenzimetri, dai misuratori di pressione agli igrometri. Il successo dei device misura-vita è per ora un fenomeno di nicchia. Ma potrebbe portare a una medicina “smart”

26 Ott 2013

Daniele Dal Sasso

“Weirder, hive minder weight watchers». Così Vanity Fair ha definito, nel numero di febbraio di quest’anno, l’ultima tendenza in materia di tecnologie e self improvement: Quantified Self è un movimento, nato nel 2008 tra gli early adopter della Silicon Valley, che raccoglie la crescente schiera di individui interessati ai dati generati dalle nostre attività quotidiane.

Grazie a contapassi, cardiofrequenzimetri, misuratori di temperatura e pressione, igrometri ed elettromiografi inseriti in gadget indossabili dal design gradevole è infatti possibile rilevare un’ampia varietà di condizioni fisiologiche, monitorando importanti indicatori della salute individuale: la connessione con gli ormai ubiqui smartphone consente di visualizzare, analizzare e condividere i dati raccolti, evidenziando andamenti temporali, uniformità, e comportamenti virtuosi. Il numero di passi ed il tracciato percorsi ogni giorno, i millilitri d’acqua ingeriti, movimenti e suoni durante il sonno, il peso sollevato, flessioni o piegamenti effettuati, l’assiduità nel compiere esercizio fisico, l’umore, addirittura il numero di rapporti sessuali: sono gli elementi che vanno a comporre un quadro sempre più concreto e dettagliato delle nostre abitudini e del nostro stato di salute.

A partire dai sensori da incorporare nelle scarpe prodotti da Nike – pioniere del settore, in partnership con Apple – i dispositivi per il Quantified Self (ambito anche noto come Personal Informatics) spaziano dai braccialetti fashion-oriented FitBit Flex e Jawbone UP, alla bilancia intelligente della francese Withings, alle clip per calzini della Sensoria, allo smart watch Basis, passando per l’heart monitor di LiveCor ed il kit per la misurazione della glicemia BGStar.

Similmente al movimento nato negli anni ‘60 cui allude Vogue – i celebri weight watcher – l’obiettivo è modificare i comportamenti individuali sulla base di dati oggettivi: app specifiche come Runkeeper, DigiFit e MyTracks consentono poi di fissare obiettivi, monitorando e condividendo i propri progressi, supportando con dinamiche proprie della gamification e dei social network la motivazione al cambiamento degli utenti.

L’ecosistema Quantified Self – estremamente ricco e variegato – risente di alcuni problemi di frammentazione: gli innumerevoli dispositivi svolgono funzioni diverse, in molti casi sovrapponibili; in risposta all’esigenza di strumenti capaci di aggregare e correlare la gran messe di dati raccolti, nascono siti web specializzati come TicTrac, Training Peaks ed eNewLeaf – evidenziando l’assenza di standard in materia, e dando luogo a (surreali ed ironici) dibattiti sulla definizione di “passo”. Tra incertezze, fallimenti (e.g. Zeo, device per il monitoraggio del sonno), e prevedibili incidenti di percorso (come i casi di oversharing di dettagli della propria vita sessuale sui social network registrati con FitBit, avvenuti nel 2011), i numeri del Quantified Self sono in crescita, con stime che prevedono 100 milioni di utenti entro il 2018 (dagli attuali 15 milioni, secondo Juniper Research). Il fenomeno, per quanto di nicchia, è potenzialmente rilevante: l’abitudine a monitorare attività e condizioni di salute promuove una maggiore conoscenza e tutela del proprio corpo, con vantaggi derivanti dall’individuazione precoce di variazioni fisiologiche, e risparmi potenziali ingenti (35 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni, secondo Juniper Research).

Pur con lecite preoccupazioni legate alla privacy, le informazioni generate dai dispositivi per il Quantified Self possono contribuire al miglioramento della salute pubblica, permettendo ai medici di famiglia di fare diagnosi più accurate (grazie all’accesso ai dati individuali sulle attività quotidiane), consentendo alle autorità sanitarie nazionali di prevenire situazioni rischiose ed individuare prematuramente minacce ed epidemie (grazie all’analisi dei dati aggregati). Diverse organizzazioni sono impegnate nella definizione di soluzioni che consentano di valorizzare i dati sanitari personali garantendo al contempo la riservatezza dei cittadini: non-profit come Open mHealth (impegnata nella definizione di Api standard), progetti di ricerca come l’Health Data Exploration Project (sull’atteggiamento del pubblico nei confronti della tematica), ma anche siti web come PatientsLikeMe (forum dedicato alla condivisione delle proprie condizioni di salute).

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