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CAMERE E INNOVAZIONE - 17

Rampi (Pd): “Agenda digitale, per le imprese volano di sviluppo”

Il deputato: “Troppo spesso non si capisce che è proprio la tecnologia che consente a chi è in crisi di mettersi velocemente alla pari con gli altri. Oggi più che mai servono investimenti innovativi, e un impegno del pubblico su ricerca e sviluppo”

29 Apr 2014

Antonello Salerno

Pubblichiamo le opinioni dei deputati e dei senatori che hanno aderito all’intergruppo sull’Innovazione. Un insieme di eletti bipartisan che “fa gruppo” con l’obiettivo di sensibilizzare i Palazzi e indirizzare i provvedimenti esaminati da aule e commissioni per “rimettere il digitale al centro delle decisioni parlamentari”.

Risponde Roberto Rampi: classe 1977, eletto alla Camera a marzo 2013 nella lista del Partito democratico, è iscritto al gruppo parlamentare Pd. Fa parte della VII commissione Cultura, Scienza e Istruzione.

Onorevole Rampi, perché ha aderito a questo intergruppo?

Quella sull’innovazione è una delle scommesse chiave per il Paese, una vera e propria priorità di sistema. Sia nei confronti del sistema produttivo, per quello che noi possiamo fornire in questo campo, sia quando si parla di sburocratizzazione, di servizi all’impresa ma anche di democrazia. Basti pensare alle nostre scuole, e a quanto bisogno avrebbero di una maggiore presenza di tecnologia.

Quali sono gli interventi prioritari su cui lavorerete?

In commissione Cultura stiamo puntando proprio sulla scuola, perché ci sia nei diversi provvedimenti sempre il massimo di attenzione su una presenza crescente di innovazione, per l’uso delle tecnologie e per l’educazione digitale, per approfondire la conoscenza e la cultura delle tecnologie, più che focalizzarsi sui singoli temi.

E al di là della commissione di cui faccio parte, il tema fondamentale sono le attività produttive. Sono stato vicesindaco di Vimercate, il luogo dove si insediò Ibm, e dove c’era già in atto l’esperienza di Telettra, con l’ingegner Virgilio Floriani che è stato una di quelle persone che nel campo dell’ingegneria e dell’innovazione ingegneristica ha rappresentato un salto di qualità. Le reti telefoniche di paesi come Brasile e India sono state realizzate grazie ai ponti radio ideati da Floriani. Così sono testimone diretto di un’area dove la scelta di portare imprese ad alto tasso innovativo e tecnologico ha avuto una conseguenza importante anche sul patrimonio umano del territorio, con tante attività sociali e civili che sono nate grazie all’impegno di chi da tutta Italia era arrivato a Vimercate in quel quadro storico. Ho misurato con mano come l’innovazione sia un tema pervasivo, che cambia il modo di essere di un Paese. E oggi occorre un rilancio, perché siamo di fronte a una profonda crisi.

Proprio su quel territorio avete vissuto due recenti “casi” emblematici, per la microelettronica con la multinazionale statunitense Micron e per le conseguenze dello Shift plan di Alcatel Lucent. L’Italia sembra vivere un momento di declino in un campo che offre invece ancora prospettive di crescita in tutto il mondo.

E’ un vero e proprio paradosso, e io cerco di farlo presente anche nei miei interventi in aula. Al di là del problema occupazionale, che pure è questione su cui mantenere la massima attenzione perché tocca la vita delle persone, spesso assistiamo a settori in crescita che però vanno via dall’Italia. Sono due casi diversi, Micron è una realtà florida e gli americani non chiudono, ma semplicemente la spostano, e questo è veramente drammatico. In Alcatel-Lucent invece il problema dei bilancio esiste, ma il settore di ricerca e sviluppo sull’ottica brevettava soluzioni che avevano sviluppo in tutto il mondo. Gli americani mettono risorse pubbliche in ricerca e sviluppo. Io credo che l’Italia abbia bisogno di un grosso investimento pubblico in ricerca e sviluppo, ad esempio con agevolazioni fiscali per le imprese che scommettono in questo campo, decisione che andrebbe presa secondo me a livello europeo. Le aziende non chiedono soldi, e spesso non pongono questioni sul costo o le normative del lavoro, ma hanno bisogno di incentivi per ricerca e sviluppo. La parola chiave diventa così Agenda digitale. Se noi mettiamo in campo un grande progetto di innovazione del paese e di investimento sull’infrastrutturazione digitale mettiamo nelle mani delle aziende un importante volano di sviluppo.

Che sensibilità ha riscontrato su queste questioni in Parlamento?

C’è un problema, che vale anche per le politiche culturali. Sia in aula che nel Paese è come se si pensasse che questi sono temi di secondo piano, “lussi”: “Ora siamo in crisi – sento dire spesso – non perdiamo tempo dietro a queste cose e invece concentriamoci sui fondamentali”. Ho l’impressione che non sia così. Quando Floriani ha portato i ponti radio in Brasile e in India, li ha portati in Paesi che erano in condizioni drammatiche, dove telefonare era l’ultimo problema. Ma grazie a quell’iniziativa è stato possibile fare un salto tecnologico importante. La tecnologia e l’innovazione non sono un lusso, un di più, ma elementi basilari, fattori abilitanti che permettono anche a chi è in crisi e in difficoltà di rimettersi alla pari degli altri saltando alcune tappe. Nell’industria hardware, quella metalmeccanica, manifatturiera, quella che caratterizza il bresciano e il bergamasco, dove ci sono aziende che producono pezzi di meccanica, l’innovazione di processo e di prodotto sono stati fattori che hanno consentito di resistere alla forza d’urto della crisi, grazie a una produzione di componentistica insostituibile, che soltanto quegli stabilimenti sono in grado di realizzare con certi requisiti di qualità.

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