LA SENTENZA

Riders licenziati, Foodora vince. Il tribunale: “Non sono dipendenti”

Respinto il ricorso dei fattorini che si erano opposti ai licenziamenti, rivendicando l’esistenza di fatto di un rapporto di lavoro subordinato. I legali: “Faremo ricorso”. Intanto i sindacati chiedono di aprire una stagione di contrattazione per gli addetti alla gig economy

Pubblicato il 12 Apr 2018

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I riders di Foodora non sono lavoratori dipendenti. Il tribunale del Lavoro di Torino ha respinto il ricorso presentato da sei “fattorini” che avevano intentato una causa civile contro la sospensione dal lavoro, nel 2016, dopo le proteste piazza per questioni relative alla paga oraria. “Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza – ha commentato l’avvocato  Sergio Bonetto che rappresentava i riders insieme a Giulia Druetta – sicuramente non finisce qui, faremo appello. Certo è che se questo lavoro viene ritenuto legittimo si espanderà”.

Per Annamiaria Furlan, segretaria generale della Cisl “la controversa sentenza emessa dal Tribunale di Torino in merito ai lavoratori di Foodora, definiti quali collaboratori autonomi, impone una seria riflessione sulla reale condizione di migliaia di donne e di uomini che, al di là dell’inquadramento giuridico, prestano la loro attività in condizioni precarie dal punto di vista retributivo e di protezione sociale”.

“Diventa non più rinviabile l’avvio di un’intensa stagione di contrattazione anche per questi lavori, per assicurare tutele e compensi adeguati. Noi – spiega Furlan – siamo già impegnati con la nostra categoria la Felsa Cisl a dare una risposta per queste tipologie di lavoro. Per questo riteniamo necessario intraprendere immediatamente un tavolo di confronto con l’azienda per individuare una soluzione ai problemi che quotidianamente vivono queste persone tra le più deboli e prive di tutele del mercato del lavoro”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Vicenzo Colla, segretario confederale Cgil. “La vicenda di Foodora va letta e affrontata in prospettiva politica – dice – E’ fondamentale governare il fenomeno a livello perlomeno europeo. La politica, insieme alle forze sociali, devono garantire una vita dignitosa. Alcune sentenze positive, vedi Uber, stanno arrivando: un giudice ha stabilito che gli autisti non sono imprenditori di sé stessi, e che il loro lavoro è subordinato. Intanto, però, il sindacato può andare a coprire tutti quelli che stanno sulla filiera, tutta la precarietà che riguarda milioni di persone. Iniziamo a mettere dentro questi lavoratori, e poi impegniamoci insieme alla politica per fare operazioni anche legislative”.

Ad appoggiare la battaglia legale intentata da sei fattorini tanti colleghi anche di altre società concorrenti e alle prese con i problemi della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti a chiamata che per molti diventa un lavoro non dissimile da uno subordinato. Proprio su questo punto avevano fatto leva durante il dibattimento gli avvocati Bonetto e Druetta, evidenziando condizioni di lavoro “con contratti privi di tutela, sotto ricatto e al di fuori dalle regole previste da qualunque attività lavorativa”.

“Nella vicenda Foodora c’è stata una discriminazione, un comportamento lesivo della dignità dei lavoratori”, spiegava un aula Druetta. I rider, hanno contestato l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, arrivata dopo le manifestazioni per le questioni relative alla paga oraria e chiedono il reintegro e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti.

“I fattorini Foodora erano sottoposti a un continuo controllo – sottolineano ancora gli avvocati dei lavoratori – ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico. Un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi. A Foodora non importava delle condizioni del lavoratore vi era una costante pressione psicologica sui rider, finalizzata al mantenimento del posto di lavoro”.

Foodora si è difesa spiegando di non aver violato la privacy dei rider. L’applicazione utilizzata sullo smartphone poteva accedere, attraverso il gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato”. “Non c’è alcun rapporto di subordinazione – hanno evidenziato i legali della multinazionale – i rider accedono alla piattaforma dei turni e decidono quando e in che misura dare la loro disponibilità. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider debba offrire una disponibilità minima, di questa circostanza non c’è traccia da nessuna parte. Foodora decide chi far lavorare e quando far lavorare”.

La vertenza dei rider di Foodora è arrivata alla ribalta anche sulla spinta del cambiamento delle modalità di consumo degli italiani. Secondo un report Coldiretti-Censis sono 4,1 milioni gli italiani che ordinano regolarmente cibo a domicilio online, tramite sito web oppure app mentre sono 11 milioni quelli che usano il telefono in maniera costante per farsi portare a casa piatti e pietanze direttamente da ristorante e/o pizzeria.

La centralità assunta negli ultimi anni dal cibo sta cambiando velocemente – sottolinea Coldiretti –  le abitudini alimentari degli italiani, anche per gli aspetti relativi al mangiare fuori casa, mentre la potenza del digitale moltiplica le nuove modalità di offerta e fruizione del cibo. Il risultato è il diffondersi delle società di food delivery che sono diventate una importante opzione per chi non ha voglia di cucinare o di uscire di casa ma vuole comunque garantirsi piatti serviti in locali e ristoranti. Come evidenzia lo studio alcuni siti hanno una diffusione internazionale altri nazionale o locale ma in generale la copertura è maggiormente garantita nelle grandi città mentre più ridotta è l’offerta nelle periferie dove il servizio è inferiore.

“Nella gig economy il vecchio caposquadra è diventato l’algoritmo. Il controllo sui lavoratori viene esercitato attraverso le piattaforme digitali che rappresentano, quindi, il nuovo vincolo di subordinazione. Preoccupa il fatto che i giudici di Torino, nel caso Foodora, non abbiamo voluto cogliere questo elemento – commenta il parlamentare Pd, Cesare Damiano – LQuesta scelta – continua – fa il paio con la sentenza del Consiglio di Stato a proposito del ricorso di architetti e ingegneri nell’appalto per il piano regolatore di Catanzaro. I professionisti, che avevano vinto la gara, contestavano la remunerazione a ‘1 euro’, ritenuta invece congrua dal Consiglio in quanto veicolo di notorietà. Non a caso ci siamo battuti, con un risultato positivo nella precedente legislatura, per introdurre l’equo compenso nel lavoro autonomo. Lo svilimento della dignità del lavoro, implicitamente contenuto in queste sentenze, fa il paio con lo svilimento delle retribuzioni e dei compensi. Qui si apre un problema di prospettiva legato alla crescita della nostra economia: l’innalzamento del livello dei salari. Ce lo ha detto Draghi e lo ribadisce, oggi, Bankitalia quando afferma che siamo di fronte a ‘tassi di disoccupazione elevati e a una dinamica salariale modesta'”.

“Salari dignitosi, fissati dalla contrattazione o dalla legge, e tutele minime per quanto riguarda lo Stato sociale, devono diventare una componente fondamentale della crescita qualitativa del Paese – conclude Damiano – Questa scelta strategica darebbe una risposta alla domanda di nuove certezze che ci arriva soprattutto dalle giovani generazioni. L’esatto contrario di una logica di concorrenza malata e ‘al massimo ribasso’ oggi dominante a livello europeo e mondiale”.

Sulla stessa scia il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. “Abbiamo bisogno di ripensare ai diritti dei lavoratori impiegati tramite l’utilizzo di app o di piattaforme informatiche – dice – Dobbiamo discutere dell’abuso del lavoro autonomo e dell’assenza di rappresentanza per queste persone che si trovano in una posizione di debolezza economica. + necessario un intervento normativo che tuteli anche chi, come i lavoratori Foodora, prestano lavoro fuori dal perimetro aziendale ma sono controllati in tutto ciò che fanno. Dobbiamo riconoscere a queste persone uno standard minimo a partire dalla retribuzione e dalla previdenza”.

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