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Riela: “Lo scorporo di Google? Un’arma a doppio taglio”

Secondo l’esperto la risoluzione, approvata dal Parlamento Ue, sulla divisione tra searching e servizi commerciali rischia di trasformarsi in un boomerang per l’Europa. “Regole ad hoc per una sola azienda sono un danno per la concorrenza”

27 Nov 2014

Stefano Riela, Tarxies Consulting

Oggi il Parlamento Europeo ha votato una proposta di risoluzione sui diritti dei consumatori nel mercato digitale avanzata dai due gruppi principali. Il testo tocca i temi caldi che stanno facendo tramontare la possibilità di approvare, durante il semestre di P residenza italiana, il pacchetto di riforme che va sotto il titolo “Connected Continent” tra le quali la neutralità della rete e le tariffe di roaming. Ma ancora più interessanti sono i punti dedicati ai motori di ricerca. Anche se il testo non ne fa esplicita menzione, il riferimento è a Google e al procedimento avviato dalla Commissione per verificare se il gigante di Mountain View stia abusando della sua posizione dominante nel mercato della ricerca su internet.

La risoluzione, anche se non vincolante per la Commissione, cristallizza pur sempre una posizione dell’istituzione UE che rappresenta i cittadini. Ma è una posizione che pone degli interrogativi:

In primo luogo il Parlamento invita la Commissione ad un’applicazione decisa delle norme della concorrenza. Nella forma è irrituale l’intromissione del Parlamento in un caso ancora aperto. Nella sostanza, forse in passato la Commissione si è dimostrata poco decisa nell’applicare le norme antitrust o c’è rischio di debolezza con il caso Google? Dopo quattro anni di lavoro e tre round di valutazione dei rimedi proposti da Google, tutto si può dire tranne che la Commissione non sia determinata nel venirne a capo con una soluzione che non sia una semplice multa ma che detti le linee-guida comportamentali in un mercato finora non toccato da problemi antitrust. E anche se la multa potrebbe superare i 4 miliardi di euro (considerando che nell’UE chi vìola le regole antitrust può essere multato fino al 10% del fatturato mondiale), difficilmente sarà Google a presentare lo scorporo del motore di ricerca come un suo impegno risolutivo dei problemi anticoncorrenziali.

In secondo luogo il Parlamento invita a considerare l’opzione di una separazione tra motore di ricerca e servizi commerciali. Non si spiega se la separazione debba essere funzionale, strutturale o proprietaria ma, se deve essere un intervento risolutivo valido nel lungo periodo, non può che trattarsi di una separazione proprietaria. Quindi la Commissione, grazie ad una base giuridica creata ad hoc, dovrebbe intervenire con una scure in virtù del fatto che il motore di ricerca di Google sia un essential facility, con una rilevanza superiore a quella che ha la rete ferroviaria e la rete di telefonia; mercati in cui, nonostante palesi violazioni della concorrenza, nessun regolamento ha mai imposto una separazione societaria.

Certo nessuno può negare il ruolo di un motore di ricerca oggi ma mi chiedo se tale importanza, e quindi la posizione dominante di Google, non sia in qualche modo minacciata dal boom di traffico dati da smartphone e tablet che si genera tramite app bypassando quindi i motori di ricerca. E poi, su come le dinamiche dei mercati possono rendere inefficaci, se non dannosi, alcuni interventi delle autorità pubbliche mi fa ricordare il caso Microsoft. Era il 2004 quando Windows in Europa aveva il 95% del mercato dei sistemi operativi: percentuale più ampia di quella che ha attualmente Google nel search e comunque più solida rispetto a quella di Google grazie alle esternalità di rete (è più probabile che io acquisti un PC con Windows per condividere i miei file con persone che hanno già Windows piuttosto che io utilizzi il motore di ricerca di Google perché lo utilizzano altri). Ceteris paribus sarebbe stato più logico richiedere una separazione strutturale di Microsoft nel 2004, ma l’evoluzione del mercato avrebbe reso quantomeno ridicolo chi considerava il sistema operativo di un PC alla stregua di un gasdotto.

Infine il Parlamento chiede che i motori di ricerca siano unbiased nella fase di ricerca e nella presentazione dei risultati. Se dovesse passare la proposta della separazione, il mercato della ricerca sarebbe un essential facility regolato e quindi un soggetto pubblico (la Commissione?) dovrebbe stabilire se la ricerca e la maniera di presentazione dei risultati sia imparziale o meno. Diversamente, se vi sarà concorrenza tra i motori di ricerca (scenario più probabile visto che la risoluzione utilizza il plurale), comunque sarà richiesta imparzialità e trasparenza. Ma se ci sono più algoritmi, come si giudicheranno le differenze rispetto ad un benchmark di imparzialità teorizzato? Delle discriminazioni anticoncorrenziali? Ma soprattutto, se c’è concorrenza tra motori di ricerca, non potrà essere l’utente a decidere quale motore utilizzare in funzione della qualità dei risultati che ottiene? Per fortuna, nella ricerca sul web, non ci sono switching cost, ovvero barriere per passare da Google a Bing; c’è un box bianco nel quale scrivere delle parole chiave e non è necessario installare alcun software e non sono necessarie competenze specifiche. Perché questo eccesso di interventismo in presenza di una sana concorrenza?

Diciamo che gli eurodeputati hanno ritenuto opportuno inserirsi nel dibattito provocato da un caso complesso, come quello Google, che tocca da vicino la vita digitale praticamente di ciascuno di noi. Tuttavia, l’azione dell’UE dovrebbe essere ispirata, oltre che dall’efficacia, anche dall’efficienza, usando strumenti adeguati alla portata del pericolo paventato, e dalla coerenza, usando strumenti già a disposizione evitando di creare una base giuridica ad hoc. Questo creerebbe un’incertezza del business environment europeo che poco si concilia con gli obiettivi di competitività e soprattutto con l’intenzione di firmare un accordo transatlantico di libero commercio.

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