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LA DIRETTIVA

Riforma Copyright, intesa Francia-Germania per sbloccare l’impasse

Corsa contro il tempo per dare il via libera definitivo al testo “bloccato” per l’opposizione di alcuni Stati – Italia compresa – agli articoli 11 e 13. Parigi e Berlino provano a mediare limitando il numero di imprese che sarebbero sottoposte alle nuove regole

07 Feb 2019

Federica Meta

Giornalista

Inizia il conto alla rovescia per il via libera definitivo alla direttiva Ue sul copyright: nei prossimi giorni, i legislatori europei si incontreranno per prendere una decisione dopo che il 18 gennaio al Consiglio dell’Unione Europea non è stata trovata una posizione comune sui due articoli più contestati, l’11 e il 13 che contengono la link tax e il filtraggio dei contenuti.

Ma il tempo stringe. Se la proposta di direttiva non dovesse essere approvata entro la fine dell’attuale legislatura del Parlamento, il prossimo maggio, bisognerà ripartire da zero. Ciò significa che sarebbe la nuova Commissione a dover presentare una nuova proposta.

Francia e Germania hanno provato a sbloccare l’impasse con un accordo sull’articolo 13 che rende gli aggregatori direttamente responsabili delle violazioni del diritto d’autore perpetrate tramite i contenuti caritati sulle loro piattaforme. La bozza di accordo stabilisce che l’articolo si applichi a tutte le piattaforme online a scopo di lucro ad eccezione di quelle che sono disponibili al pubblico da meno di 3 anni, che hanno un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro e meno di 5 milioni di visitatori unici al mese.

Qualche giorno fa il vicepremier, Luigi Di Maio, ha dato segnali di aperuta alla Ue. L’Italia è pronta ad aderire alla direttiva copyright se garantiti diritti degli utenti del web. “Da Bruxelles ci arrivano segnali non incoraggianti ma confido che si possa trovare una soluzione che tuteli i diritti degli utenti del web garantendo al contempo i diritti degli autori – ha detto Di Maio – Se così dovesse essere l’Italia è pronta a fare la propria parte”.

“La priorità per l’Italia è l’eliminazione della link tax e dei filtri diretti o indiretti sui contenuti caricati dagli utenti delle piattaforme, insieme ad un allargamento delle eccezioni al diritto d’autore che consenta lo sviluppo della data economy – ha chiarito – A queste condizioni l’Italia è pronta ad aderire ad una proposta che dovesse arrivare dalla Presidenza rumena”.

“Stiamo chiedendo in sede europea il cambiamento – conclude il ministro – dei celebri articolo 11 e articolo 13 della direttiva. La rete deve essere mantenuta libera e neutrale perché si tratta di un’infrastruttura fondamentale per la libera espressione dei cittadini oltreché per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea”.

In vista dell’appuntamento i big del tech rilanciano il loro no alle nuove regole, così come concepite da Bruxelles. Kent Walker, Senior VicePresident, Global Affairs Google spiega cosa non funziona nel testo, chiarendo che BigG continua comunque  “a supportare l’aggiornamento della legislazione sul copyright nell’era digitale. Con le giuste regole, tutti, da chi crea contenuti, ai titolari di diritti, dai consumatori alle piattaforme, ne traggono dei benefici”.

Iniziamo con l’articolo 13: la versione del Parlamento ritiene i servizi Internet direttamente responsabili per qualsiasi violazione del copyright dei contenuti che le persone condividono sulle piattaforme. “Siamo fermamente convinti che la bozza di regolamento non sia attentamente bilanciata e possa danneggiare la fiorente economia creativa in Europa, compresa la comunità dei creator di YouTube – spiega  Walker – Le aziende che agiscono ragionevolmente nell’aiutare i titolari dei diritti a identificare e avere il controllo sull’utilizzo dei loro contenuti non dovrebbero essere ritenute responsabili per qualsiasi contenuto caricato da un utente, così come una società di telefonia non è responsabile per il contenuto delle conversazioni”. Google è impegnata a proteggere i contenuti, “ma è necessario che i titolari dei diritti cooperino facendo la loro parte”, avverte il manager. Il testo finale della direttiva dovrebbe chiarire, a detta di Google, che i titolari dei diritti devono fornire i file di riferimento dei contenuti di loro proprietà e segnalazioni sul copyright con le informazioni chiave (come ad esempio gli Url), in modo che le piattaforme possano identificare e rimuovere i contenuti in violazione.

Poi c’è l’articolo 11 che contiene una sorta di link tax.  “Ribadiamo il nostro impegno a sostenere il giornalismo di alta qualità – evidenzia Walker – Tuttavia, il recente dibattito mostra che c’è un fondamentale fraintendimento del valore dei titoli e degli snippet, anteprime molto brevi di ciò che si troverà dopo aver fatto clic su un link”. Per Google ridurre la lunghezza degli snippet a poche parole o brevi estratti renderà più difficile per le persone trovare contenuti che trattano notizie e porterà ad una riduzione del traffico generale agli editori.

Invece di una regola generica che vieta l’uso anche di “singole parole” o “brevissimi estratti” senza un contratto specifico, “l’articolo 11 dovrebbe consentire la condivisione di fatti e l’uso delle tradizionali anteprime limitate, sia che si tratti di snippet di testo sia di altri formati visivi come le foto in miniatura, che forniscono agli utenti il contesto necessario”, puntualizza.

“Oltre a garantire che gli editori mantengano la libertà di concedere licenze gratuite per i loro contenuti, l’uso degli snippet incoraggerà gli utenti a fare clic sui siti degli editori – prosegue il manager – Non è realistico aspettarsi che i servizi online siano in grado di stringere accordi di licenza con ogni singolo editore. Se è solo il pagare, e non la qualità, a decidere quali titoli gli utenti possono vedere, i risultati potrebbero essere negativi sia per gli utenti sia per gli editori più piccoli ed emergenti”.

Le novità contenute nella direttiva non preoccupano solo i big del web. Piccoli editori, organizzazioni per i diritti civili, accademici, start-up, creator e consumatori – più di 4,5 milioni di persone hanno firmato una petizione su Change.org che chiede ai legislatori di riconsiderare la direttiva – concordano sul fatto che la posta in gioco sia alta e che anche i dettagli contino.

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