ECOLOGIA

Rinnovabili, colossi hi-tech con Obama: “Il Clean Power Plan fa bene al business”

Fronte comune di Apple, Google, Microsoft e Amazon in difesa del piano della Casa Bianca stoppato dalla Corte Suprema: “Incentivare l’uso delle energie e ridurre le emissioni utile alla crescita economica del Paese”

04 Apr 2016

Andrea Frollà

I colossi americani dell’hi-tech scendono in campo al fianco di Obama e del suo piano per l’energia pulita. In una memoria legale presentata presso la Corte d’appello per il distretto di Columbia Apple, Google, Amazon e Microsoft fanno fronte comune per sostenere il Clean Power Plan.

“Ecco perché siamo con Obama” – Tre le ragioni per cui i 4 giganti si dichiarano a favore del piano, si legge nel memo, rientra in primis il fatto che un “maggiore utilizzo delle rinnovabili fa bene al cambiamento climatico e agli affari”. In secondo luogo le compagnie sono impegnate in prima linea nell’incremento dell’utilizzo di fonti energetiche “verdi” e tali strategie, affermano, “si sono rivelate un mezzo effettivo per ridurre le emissioni”. Infine, Google & Co. Sostengono che l’espansione della generazione di rinnovabili sia “già un trend che caratterizza la produzione elettrica americana” e che come tale vada incentivato.

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Cosa prevede il Clean Power Plan – Il piano fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dall’Epa, l’agenzia nazionale per la protezione ambientale, si è infatti arenato dopo lo stop di febbraio imposto dalla Corte suprema americana. Si tratta di un’iniziativa di ampio respiro, tramite il quale l’amministrazione Obama punta a tagliare le emissioni del 32% entro il 2030 e a favorire un passaggio più rapido del sistema energetico nazionale verso le nuove frontiere del rinnovabile. In particolare, il Clean Power Plan stabilisce per ogni Stato americano un obiettivo nella riduzione di biossido di carbonio con la responsabilità circa il rispetto dei limiti attribuita a ciascuno di essi.

Lo stop della Corte suprema – Proprio su quest’ultimo punto la Corte suprema ha espresso parere negativo, paventando una violazione dei diritti dei singoli stati federali. Ben 27 di essi sono infatti arrivati alla battaglia frontale con l’amministrazione centrale, con la pronuncia del massimo organo giudiziario a stelle e strisce che ha decretato lo stop del provvedimento, presentato lo scorso agosto, fino alla conclusione di verifiche circa la sua ammissibilità.