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SCENARI

Robot, AI e 5G: la guerra dei dazi Usa-Cina è per la supremazia tecnologica

Le sanzioni di Trump colpiscono il piano “Made in China 2025” con l’obiettivo di frenare le mire egemomiche di Pechino su settori industrali strategici. Xi Jinping pronto a varare una “controlista”. E punta al rimpatrio dei big del tech come Alibaba e Baidu

04 Apr 2018

Federica Meta

Giornalista

Robot, intelligenza artificiale, 5G. La guerra commerciale tra Usa e Cina si combatterà per avere la supremazia tecnologica in settori strategici e diventare la potenzia mondiale del secolo.

La Casa Bianca ha proposto dazi del 25% sulle importazioni di merci cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari. L’Ufficio per il commercio americano ha pubblicato un elenco di 1.300 prodotti cinesi, inclusi robot industriali e attrezzature per le telecomunicazioni, oggetto della misura, che è stata proposta per la presunta violazione della proprietà intellettuale americana da parte di Pechino.

Immediata la reazione di Pechino: il ministero del Commercio cinese “condanna con forza e si oppone fermamente”. La Cina “non vuole una guerra commerciale, ma se si vuole combattere una guerra commerciale, noi ci saremo. Se si vuole negoziare, la porta è aperta”, ha detto il vice ministro del Commercio Wang Shouwen, avvertendo che “bisogna reagire quando vengono danneggiati i nostri interessi”.

A spaventare Trump soprattutto il piano di coordinamento industriale su robot e intelligenza artificiale. Si tratta del programma Made in China 2025” con cui Pechino mira a raggiungere in 7 anni il 70% dell’autosufficienza in settori strategici che vanno dall’aerospazio alle telecomunicazioni, passando per la robotica e i veicoli elettrici. Al centro della strategia una serie di acquisizioni strategiche in Occidente tali da consentire alle proprie aziende di costruire un dominio mondiale in questi comparti.  Xi Jinping vuole fare del suo Paese una superpotenza in grado di fare fronte all’intera catena di produzione senza affidarsi alle importazioni. Dando, così, un duro colpo all’industria statunitense per la quale la Cine rappresenta un ghiotto mercato.

“Le tariffe Usa e le restrizioni agli investimenti hanno lo scopo di colpire la Cina in risposta a quelle che gli Stati Uniti considerano pratiche sleali sul terreno tecnologico e della proprietà intellettuale – spiega al Financial Times Louis Kuijs, responsabile Asia di Oxford Economics – I dazi vanno a colpire quei settori in cui la Cina aspira a una leadership globale cioè quelli dove saranno concentrate le esportazioni e non quelli dove oggi già esporta molto. L’obiettivo di Washington è il rallentamento del trasferimento di tecnologia in Cina”.

Altro terreno di scontro è il 5G, campo in cui le aziende cinesi detengono il 10% delle proprietà intellettuali necessarie a costruire reti di questo tipo. Il colosso cinese delle Tlc Huawei sta investendo prioritariamente sullo sviluppo del 5G nonché sull’IoT, altro comparto in forte crescita. McKinsey stima che da qui al 2025 il mercato globale dell’Internet of Things, di cui ormai si parla ininterrottamente, potrebbe valere dai 3.900 agli 11.100 miliardi di dollari all’anno. Nella migliore delle ipotesi, si parla dell’11% dell’intera economia mondiale.

Anche Zte ha focalizzato l’attenzione sul 5G, stringendo partnership strategiche con oltre 20 operatori in tutto il mondo per promuovere congiuntamente la verifica e il test delle tecnologie 5G, accelerando le implementazioni commerciali. Tra i partner commerciali delle compagnie cinesi spiccano i big dell’hi-tech Usa del calibro di Qualcomm – non a caso il presidente Trump ha bloccato l’acquisizione da parte della società di Singapore, Broadcom – e Intel. Che non vedono di buon occhio la decisione della Casa Bianca. Senza contare che imprese Usa hanno venduto in Cina prodotti per 372 miliardi di dollari, di cui 150 miliardi sono relativi a merci realizzate direttamente in Cina e lì vendute.

Per l’Information Technology Industry Council (Iti) di Chicago, il protezionismo della Casa Bianca è inutile e dannoso.  “I dazi non funzioneranno e si dimostreranno totalmente controproduttivi – si legge in una nota – Le sanzioni penalizzano i consumatori americani, perché aumentano i prezzi dei beni tecnologici e non incidono minimamente sulle politiche e le scelte di Pechino. Si tratta di azioni che potrebbero portare a conseguenze nefaste per l’economia globale”.

In attesa di varare una “controlista” di prodotti Usa da tassare, la Cina è impegnata a creare condizioni più favorevoli a trattenere in patria big come Alibaba e Baidu che hanno scelto Borse estere e a offrire loro maggiori vantaggi. Come? Con lo strumento dei certificati negoziabili o Chinese depositary receipts (CDR): costruiti a specchio sugli americani ADR (American depositary receipts), sarebbero comprati e venuti in yuan sui mercati cinesi. L’occasione è ghiotta anche per i gruppi tecnologici cinesi, soprattutto le start-up e gli unicorni, che avrebbero accesso a ulteriori capitali per la loro crescita.

L’ADR è un certificato negoziabile sul mercato statunitense che rappresenta titoli emessi da una società non statunitense (in genere titoli azionari) ed è studiato per agevolare l’acquisto, il possesso e la vendita di titoli stranieri da parte di investitori statunitensi. Il CDR sarebbe disegnato in modo analogo, secondo quanto spiega Bloomberg; le aziende cinesi quotate su mercati fuori dalla Cina, per esempio a Hong Kong o New York, potrebbero emettere dei CDR nella Cina continentale oppure potrebbero scegliere di effettuare una Ipo nazionale: i regolatori cinesi hanno proposto a marzo una modifica delle norme sulle offerte iniziali d’acquisto per favorire il rientro delle imprese sui listini nazionali (Shanghai o Shenzen).

I CDR aiuterebbero così l’investimento in aziende cinesi che non si sono quotate in Cina, a vantaggio degli investitori nazionali che oggi sui listini interni trovano molte imprese tradizionali sostenute dallo Stato ma poche società innovative. Servirebbero anche ad attrarre altre imprese verso i listini cinesi e in generale a far crescere la disponibilità finanziaria per gli attori dell’hitech cinese. Il mercato azionario della Cina registra transazioni quotidiane per un valore di circa 73 miliardi di dollari contro i 13 miliardi scambiati giornalmente a Hong Kong, riporta Bloomberg: si tratta di un bacino enorme per le imprese a caccia di capitali e gli analisti pensano che molte aziende hitech sarebbero interessate a qualche forma di quotazione nazionale, che porterebbe sia nuove risorse che un potenziamento del brand in Cina.

I CDR sono per ora un progetto pilota, perché si applicano alle aziende quotate fuori dalla Cina che hanno un valore di mercato superiore a 200 miliardi di yuan, ma ai requisiti richiesti dal governo rispondono sia le “red chip” nazionali (aziende cinesi quotate all’estero con elevata capitalizzazione) come Alibaba, Tencent, Baidu, JD.com e NetEase, sia, secondo i dati di China International Capital, una trentina di unicorni, da Xiaomi a Ant Financial (parte di Alibaba).

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