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Rossi (Oracle Italia): “Primo: innovare”

Il numero uno della filiale italiana: “Il digital gap è un freno ma soprattutto un problema culturale. C’è un problema di connettività – è vero – ma soprattutto un problema di alfabetizzazione informatica”

23 Nov 2009

In un momento di crisi, e anche nel momento in cui la crisi sembra
iniziare a essere dietro le spalle, la strada da perseguire è una
sola: cercare di aumentare la propria competitività. Ne è
convinto Sergio Rossi, amministratore delegato di Oracle in
Italia,
che grazie alla pervasività del software
dell’azienda fondata da Larry Ellison 32 anni fa, entra in
moltissime imprese italiane. “In un momento di crisi e di
attenzione ai costi, è importante sapersi muovere con
intelligenza. Bisogna puntare sulla business intelligence, che vuol
dire puntare sulla capacità di avere più informazioni e saperle
gestire meglio”. Un’area che può garantire un’innovazione e
risultati nel breve periodo, per “cambiare le regole del
gioco”: non a caso Oracle, a Open World, ha annunciato che per le
Fusion Application che usciranno nel 2010, la business intelligence
sarà fra gli elementi distintivi insieme all’architettura
Soa.
Si sente spesso parlare di competitività come di un
problema dell’Italia a livello Paese. Cosa possono fare le
imprese per aumentare la loro competitività?

Innovare, e farlo proprio dove possono avere un ritorno più
immediato. Un ritorno che magari permetta loro non solo di
posizionarsi meglio sul mercato di riferimento, ma anche di
conquistarne gli altri. Quindi, come detto, la business
intelligence di sicuro: e infatti è fra i settori che non hanno
sentito la crisi. E poi ci aggiungerei, oltre alla gestione delle
informazioni, la capacità di recuperarle e gestirle in tempi più
rapidi. Ad esempio, come Oracle, noi abbiamo lanciato un nuovo
hardware, Exadata. Il punto significativo è che cambia il
paradigma di riferimento, perché consente di avere una riduzione
significativa nei tempi di risposta durante la ricerca di
un’informazione, che si può abbassare anche di 20-30 volte.
Questo ovviamente consente di cambiare anche il modo in cui si
utilizza l’informazione ottenuta, creando magari nuove
possibilità per affacciarsi sul mercato.
Un servizio che magari potrebbe essere erogato anche
as-a-service, come sempre di più è richiesto nel
mondo.

La declinazione è duplice: noi la vediamo nella capacità di
virtualizzare e di erogare servizi in questa modalità. Questo è
quello che noi chiamiamo la nostra capacità di fare cloud
computing. Che può essere un cloud in cui si erogano servizi in
modalità pubblica oppure aziende che utilizzano i nostri prodotti
e si realizzano dei propri cloud computing, se hanno una massa
critica sufficiente. 
Di sicuro, per uno sviluppo sempre maggiore di queste
modalità, serve un’infrastruttura di base adeguata. E in questo
momento la banda larga e i fondi dedicati al suo sviluppo sono
sulla bocca di tutti.

Senza dubbio è necessario un piano che vada nella direzione di una
maggior diffusione della banda larga per abbattere il digital
divide, che è un freno importante. Che siano gli 800 milioni o un
altro piano, il Paese deve andare in questa direzione. Ma il
digital divide è anche e prima di tutto un problema culturale,
ovvero la capacità di usare determinati servizi che già ci sono.
C’è un problema di connettività, ma c’è soprattutto un
problema di alfabetizzazione informatica: ad oggi abbiamo una
popolazione che ha ancora una certa resistenza all’introduzione
delle tecnologie informatiche di base e questo è un tema che deve
richiedere lo stesso livello di attenzione e che deve essere
diffuso tanto e più della banda larga.
Si potrebbe dire che non è il broadband la
priorità?

La banda larga è una necessità, ma allo stato attuale lo è più
per le aziende, soprattutto quando devono andare sul mercato con
certi servizi per cui è fondamentale. Ma c’è un’ignoranza
sull’utilizzo dei servizi di base. Per questo, in questo momento,
vedrei come molto importante un piano di abbattimento del digital
divide che vada a portare la conoscenza in maniera più diffusa,
soprattutto nei confronti della terza età. Come abbiamo insegnato
a queste persone a usare il telefono cellulare, anche in modalità
basic, secondo me ci deve essere la possibilità di diffondere e
insegnare anche questo. Da qui, partirebbe un circolo virtuoso. E
provocatoriamente non credo che ci sia un’arretratezza sia
offerta di servizi su Internet, quanto piuttosto una scarsa
propensione all’utilizzo.
Un volano in questo senso potrebbe arrivare dalla pubblica
amministrazione.

La PA è un’area assolutamente rilevante e interessante. È una
delle aree dove la tecnologia può avere un ruolo di abilitatore al
cambiamento fondamentale: ho visto il piano e-Gov 2012, e mi pare
che abbia perfettamente recepito questa possibilità, ovvero la
possibilità dell’IT di aiutare questo cambiamento. Gli stessi
concetti di quick-in espressi dal ministro Renato Brunetta sulla
scuola, sulla sanità e sulla giustizia sono rilevanti. Lo sono
perché individuano subito modalità per avere un  ritorno, dei
risultati di utilizzo.
E quali risultati potrebbe portare il piano
e-Gov?

Si torna al punto iniziale: in senso lato quando parliamo di
innovazione del privato si parla di competitività. Anche per la PA
si può ragionare in questo senso e allora si va a parlare di
aumentare il livello di servizio verso i cittadini: questa deve
essere la leva abilitante, una leva che renderebbe un investimento
in questo senso un’azione anticiclica in un momento di criticità
dell’economia. È un discorso assimilabile agli investimenti
infrastrutturali, che oggi un Paese deve abbinare a quelli
tecnologici per ottenere poi un effetto anticlico. A patto però
che la PA faccia proprio il concetto di sistema, ovvero la
capacità di capitalizzare le esperienze pregresse, utilizzando dei
piani di riuso, che anche Lucio Stanca, quando era ministro, aveva
lanciato. Sono da abbattere le barriere politiche, ci deve essere
dialogo fra i vari enti e a questo dialogo deve essere unita una
governance centrale che individui le best practice e fornisca le
linee guida. In questo, aziende come Oracle, non devono mettere un
contributo solo di prodotti, ma fornire anche delle competenze,
scambiando esperienze in laboratori tematici e centri di
competenza, come a noi è per esempio successo nel caso della
Regione Puglia.
Se da un lato le aziende possono offrire molto al pubblico,
magari sarebbe utile che il pubblico offrisse qualcosa alle
aziende…

In questo io sposo in pieno la linea del presidente di Assinform,
Paolo Angelucci. L’IT è il quarto comparto industriale italiano,
con un contributo al Pil superiore all’automotive. E soprattutto,
è un comparto labour-intensive: se si decide che disoccupazione e
mantenimento dei posti di lavoro qualificati sono temi
fondamentali, misure di supporto come la “rottamazione” del
vecchio software potrebbero essere molto importanti.