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SECURITY

Se la cyber intelligence diventa pettegolezzo

La banalità conserva la propria capacità ipnotica, mentre l’universo cyber la riclicla in notorietà, con una differenza rispetto al passato: la trasparenza del cyber-spazio obbliga gli officianti del potere a essere integerrimi oppure sembrarlo

20 Ott 2014

Piero Laporta

La cyber intelligence nella vita privata, descritta da Edward Snowden, rimase in prima pagina non più d’altre notizie meno clamorose. Chi dubiti provi a contare i servizi dedicati a George, il Baby Prince, il nipotino della regina d’Inghilterra. E quante cronache occupa l’altro George, quel Clooney, neo sposo recidivo a Venezia. La carriera di Chris Inglis, ex vice direttore della National Security Agency, andò a rotoli quando Snowden disseminò file top secret nelle redazioni di tutto il mondo. Alcune settimane fa Inglis ha confidato sussiegoso al Washington Times che Isis grazie ai documenti svelati da Snowden elude l’intelligence Usa. A Trastevere i popolani smagati danno antiche risposte raggelanti a quanti, come Inglis, spacciano tali banalità. Per fortuna di Iglis negli stessi giorni il Royal Baby non ebbe il mal di pancia o non andò in vacanza in Scozia, altrimenti le sofferte rivelazioni dell’ex spione sarebbero svanite ancor prima. Né i broadcast si sognano di mettere Clooney in secondo piano dopo l’Isis, per quante teste possa tagliare.

La banalità conserva la propria capacità ipnotica, sulla massa e sul Potere, mentre l’universo cyber la riclicla in notorietà, con una differenza rispetto al passato: la trasparenza del cyber-spazio obbliga gli officianti del Potere a essere integerrimi oppure sembrarlo. Per noi common non muta nulla; si va verso il meglio o verso il peggio senza saperlo, come i soldati in trincea cento anni fa: ne uscivano per andare verso il meglio, gli dicevano. Talvolta era vero, più spesso no, come accade a noi, ma è tutto virtuale, niente affatto virtuoso, sospettando che risulti pericoloso come la trincea, prima o poi. Reset.

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