Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

OCCUPAZIONE

“Amazon tax”, Seattle approva il balzello. E scoppia la polemica

L’amministrazione comunale ha dato il via libera al provvedimento che introduce una tassa sulle grandi imprese legata al numero dei dipendenti. Il colosso dell’e-commerce, che in città impiega 40mila persone, non ci sta: “Siamo delusi, approccio ostile”

15 Mag 2018

Patrizia Licata

giornalista

L’amministrazione comunale di Seattle (Stato di Washington) ha votato sì a una nuova tassa sulle imprese più grandi che servirà a finanziare i programmi di assistenza ai senzattetto e la costruzione di case popolari. L’imposta, una vera “Amazon tax“, visto che il colosso delle vendite è uno dei maggiori datori di lavoro a Seattle (più di 40.000 persone impiegate a Seattle), per i media Usa è anche una “head tax”, un’imposta sul personale che rischia di scoraggiare l’assunzione di nuove risorse – anzi minaccia la stessa capacità di mantenere le sedi di business a Seattle.

Amazon ha espresso apertamente la sua opposizione al provvedimento, arrivando a sospendere i lavori per la costruzione di un nuovo maxi ufficio che occupa un grattacielo di 17 piani (Block 18) nella città americana; Jeff Bezos ha provocatoriamente dichiarato che piuttosto preferisce spendere la sua fortuna in viaggi nello spazio, attirandosi a sua volta le critiche di qualche testata americana: “Non una gran figura per l’uomo più ricco del mondo“, ha scritto Forbes.

Amazon non è stata comunque l’unica azienda a osteggiare la tassa di Seattle: tutta la lobby delle grandi imprese riunite nella Camera di commercio della città, che include altri colossi, tra cui Microsoft e Boeing, si è mossa contro la proposta di legge ed è riuscita a farne approvare una versione meno severa.

La bozza presentata ad aprile dal consiglio comunale di Seattle obbligava le imprese con fatturato generato nella città superiore a 20 milioni di dollari a pagare una tassa di 26 centesimi di dollaro per ogni ora lavorata da ciascun dipendente a Seattle, equivalente a circa 540 dollari per “testa” (head tax) in un anno. L’imposta doveva essere applicata dal 2019 al 2020 generando, secondo i calcoli del City Council, 86 milioni di dollari l’anno da devolvere alle politiche sociali. Tuttavia il sindaco di Seattle, Jenny Durkan, temendo la fuga dei big come Amazon verso altre città e le conseguenti ricadute occupazionali, ha minacciato di porre il veto alla legge e costretto il consiglio comunale a rivedere il provvedimento ammorbidendo le cifre: ora la tassa peserà per 275 dollari l’anno per ogni dipendente di una grande azienda (14 centesimi per ora lavorata per “testa”) e permetterà di raccogliere 47 milioni di dollari l’anno per assistere i senzatetto.

“Siamo delusi dalla decisione del City Council, questa è una tassa sull’occupazione”, ha comunque commentato Amazon in una nota. “Benché abbiamo ripreso i lavori di Block 18 per la realizzazione dei nostri uffici, ci preoccupa il futuro delineato da questo approccio ostile dell’amministrazione cittadina e dagli attacchi alle grandi imprese, che ci spingono a mettere in dubbio la possibilità di continuare a crescere qui”. Molto dura la critica di Starbucks, secondo cui l’amministrazione di Seattle “continua a aumentare la spesa senza effettuare riforme concrete” per risolvere le emergenze sociali: “Non sanno dare un pasto caldo ai bambini per strada, figuriamoci costruire le case popolari”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Argomenti trattati

Approfondimenti

A
amazon
M
Microsoft
S
Seattle
T
tassa
T
Tax

Articolo 1 di 5