IL PROVVEDIMENTO

Sharing economy, parte l’iter della legge: norme più severe in arrivo?

L’Italia, prima in Europa, punta a regolamentare un settore un forte crescita. Registro ad hoc per gli operatori e definizione di criteri specifici per la tassazione delle attività tra i punti chiave

03 Mag 2016

Federica Meta

Promuovere e regolare la sharing economy con un approccio trasversale ai diversi settori professionali. E’ questo l’obiettivo della proposta di legge – l’Italia è la prima a farla – che inizia oggi il suo iter alle commissioni riunite Trasporti e Attività produttive della Camera. Il testo è frutto di un lavoro di un anno e mezzo svolto da un gruppo di parlamentari dell’Intergruppo Parlamentare per l’Innovazione Tecnologica, tra cui i primi firmatari Veronica Tentori (PD), Antonio Palmieri (FI) e Ivan Catalano (Gruppo Misto).

“Siamo convinti che la vera sfida sia quella di integrare, rendendoli complementari, i modelli economici tradizionali e modelli innovativi, evitando le contrapposizioni e facendo prevalere l’interesse collettivo”, spiega Veronica Tentori.

L’articolo 1 detta le finalità della legge mentre a delimitare il perimetro è il secondo articolo in cui dall’economia della condivisione sono escluse “piattaforme che operano intermediazione in favore di operatori professionali iscritti al registro delle imprese”: quindi Uber sarebbe fuori dal perimetro delle nuove regole, mentre Airbnb sì.

Tra i punti principali anche la determinazione del limite che determina il passaggio da reddito da condivisione, tassato al 10% (una sorta di integrazione del reddito) a vera e propria attività professionale, che avrà quindi una tassazione maggiore. Una soglia che è stata individuata in 10mila euro.

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Infine altri due passaggi qualificanti del provvedimento: le piattaforme della condivisione dovranno iscriversi a un Registro elettronico nazionale tenuto dall’ L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (articolo 3) e dovranno trasferire all’istat tutte le informazioni statistiche su utenti – naturalmente senza violare il diritto alla privacy – e fatturati (articolo 9) in modo da costruire un quadro attendibile del peso economico della sharing economy in Italia.

Nel frattempo continuerà sino a fine maggio la consultazione popolare sull’articolati. Per i firmatari “le piattaforme digitali, se gestite in una logica di integrazione con il mercato tradizionale e inquadrate in una cornice di regole chiare e trasparenti, potranno essere una grande opportunità per incrementare l’offerta e ampliare le possibilità per i consumatori, razionalizzare le risorse, stimolare l’innovazione e la partecipazione attiva dei cittadini e favorire la nascita di forme integrative di occupazione e di imprenditorialità”. La legge è dunque volta a garantire contestualmente la trasparenza, l’equità fiscale, la leale concorrenza e la tutela dei consumatori.

“Siamo convinti che questo processo di cambiamento non vada e non possa essere arrestato ma vada orientato, accompagnato e governato in un bilanciamento di interessi collettivi”, prosegue Tentori.

In Italia secondo uno studio di Collaboriamo.org e dell’università Cattolica le piattaforme collaborative nel 2015 sono 186 (+34,7 per cento rispetto al 2014).