Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

L'INTERVISTA

Siri: “Le infrastrutture italiane strumento per la crescita”

Per il sottosegretario al Mit serve “tornare ad una visione del Sistema Italia a medio lungo termine ma con rapida realizzazione dei lavori e con una catena decisionale responsabile corta”

12 Dic 2018

Gildo Campesato

Direttore responsabile

“Le infrastrutture devono essere progettate e realizzate a sistema e la politica ha il dovere di tornare ad una visione del “Sistema Italia” a medio lungo termine ma con rapida realizzazione dei lavori e con una catena decisionale responsabile corta”: lo dice in un’intervista a CorCom Armando Siri, sottosegretario di Stato al ministero delle Infrastrutture. 47 anni, economista, consigliere economico di Matteo Salvini, Siri interverrà a conclusione del convegno organizzato dal nostro giornale “5G, l’Italia sarà protagonista?” che si terrà domani a Roma.

Sen. Siri, la copertura dell’intero territorio nazionale in banda ultralarga è una priorità politica oltre che industriale?

Il “Made in Italy” corrisponde alla presenza nei Territori di culture, biodiversità, lingue e tipicità che nel 2019 e negli anni a venire dovranno costituire il core business del PIL Italia nell’economia digitale. Guardare avanti ci impegna ad assumere una politica corretta di inclusione nell’economia digitale con la cura di valorizzare e non far alterare il Dna del Made in Italy.

Il dispiegamento delle reti ultrabroadband fisse e delle infrastrutture del 5G sono investimenti che fanno parte di quella “politica della crescita” di cui lei ha più volte parlato?

Le infrastrutture devono essere progettate e realizzate a sistema e la Politica ha il dovere di tornare ad una visione del “Sistema Italia” a medio lungo termine ma con rapida realizzazione dei lavori e con una catena decisionale responsabile corta. L’Italia ha passato troppo tempo a fare convegni invece di risolvere i problemi quotidiani come comunicare in treno, in macchina, ridurre le code agli ospedali, rilasciare un documento, ritirare una raccomandata. Tanto ammodernamento tecnologico, zero innovazione. Anche nel 2018 e purtroppo da anni siamo ultimi in Europa in quasi tutti i parametri di riferimento dell’innovazione. Siamo perdenti proprio in quella capacità di italiani che Adriano Olivetti seppe industrializzare con un modello di azienda italiano, non importato. È mancato il senso di leadership e quindi da Adriano Olivetti siamo passati ad essere vissuti in Europa come “nani digitali”.

Ritiene la rete di telecomunicazioni strategica per un Paese e pertanto un “bene pubblico” che non può essere lasciato sotto il controllo esclusivo della mano privata?

L’innovazione è un interesse di ciascun italiano. Manca ancora questa consapevolezza. L’integrazione tra infrastrutture fisiche e infrastrutture digitali accresce la qualità, la sicurezza e la fruibilità dei servizi pubblici. Il nostro patrimonio digitale pubblico non è ancora stato valorizzato cosi come avviene per le aziende OTT, come Google o Amazon. E sovente esso viene sfruttato senza ricavi per lo Stato e senza una efficace tutela dei diritti dei Cittadini. La “Sovranità Digitale” è dovuta ai Cittadini e alle imprese del Made in Italy.

È in agenda il tema dello scorporo della rete Telecom in un’unica società a controllo pubblico, unificando le reti Tim, Open Fiber ed eventualmente altre realtà. Cosa ne pensa?

Agcom ha recentemente “battezzato” Sky come nuovo internet provider. Oggi la realizzazione di nuovi modelli di aziende di Comunicazione mette nello stesso “insieme” Amazon, Netflix, Sky, Mediaset, Rai, Ansa. Un approfondimento sull’innovazione della Comunicazione è indispensabile anche solo per rimuovere o riqualificare parametri superati dal tempo nella produzione dei ricavi, nella gestione dei dati dei Cittadini, nei sistemi di pagamento, nella sicurezza del diritto d’autore, nella produzione dei contenuti.

La cybersecurity si tutela erigendo barriere anche industriali come stanno decidendo vari Paesi?

Continuare a confondere la sicurezza con gli strumenti per la sicurezza è un errore grave che è stato commesso. Definire e presidiare un modello digitale indipendente italiano, dominante e non succube dei fornitori di tecnologia è il normale compito dello Stato.

Che ne pensa dei casi Zte e Huawei?

Huawei e Zte sono presenti in Italia e sono esclusi dagli appalti pubblici e per il 5G anche in India, Australia e Giappone. British Telecom ha escluso Huawei dall’operare per la rete 5G. Mi pare ovvio che vogliamo evitare una “Sigonella Digitale” sia per gli interessi di sicurezza espressi dagli alleati USA, sia per gli interessi industriali in Europa di Zte e di Huawei ma soprattutto e prima di tutto per l’indipendenza strategica dell’Italia.

Gli operatori lamentano molti ostacoli per la posa delle reti, a partire dalla miriade di permessi necessari per gli scavi o per la collocazione delle antenne.

Ogni Governo si è cimentato con codici e codicilli. Dobbiamo azzerare i tempi della decisione burocratica, serve una burocrazia responsabile del risultato di pubblico interesse. Serve anche in questo settore ma serve in ogni attività realizzata in Italia una burocrazia capace di realizzare i programmi del Governo.

Il vicepremier Di Maio ha detto più volte di volere mettere mano alla legge sull’elettromagnetismo, giudicata troppo rigorosa dagli operatori. A che punto siamo?

Il vice premier Di Maio si muove con determinazione e nell’agenda del Governo ha sicuramente previsto una soluzione nei tempi richiesti.

Come far sì che gli investimenti del piano Bul servano veramente al Paese?

L’Italia ha una opportunità per creare valore e ridurre il debito pubblico: trasformare l’investimento speso per la BUL Banda Ultra Larga in crescita. Come farlo? Il PIL Italia potrà crescere proporzionalmente solo con l’inclusione nell’economia digitale delle nostre piccole e medie imprese. Ogni Territorio oltre che connesso alla Banda Ultra Larga deve sapere con quale modello digitale operare per promuovere il Dna del Made in Italy. Non è l’acquisto di un software che crea valore ma il contenuto “Made in Italy”. È l’unicità, ad esempio, del nostro patrimonio monumentale o agroalimentare a determinare una nuova competitività italiana. Cosi è anche per il manufatturiero. Anche il nostro risparmio familiare con i CIR, Conti Individuali per il Risparmio, saranno protagonisti per poter investire in progetti pubblici di inclusione del Made in Italy. L’Italia per il Suo DNA e per i suoi contenuti può vantare un peso da leader mondiale nell’economia digitale. Non possiamo restare dei “nani digitali”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Argomenti trattati

Approfondimenti

5
5g
A
armandi siri
T
tlc

Articolo 1 di 4