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EXPO 2015

Smart city a misura di drone, ma le norme frenano il volo

Giorgio Ugozzoli fondatore di Aerodron: “Le regole per il settore sono ancora immature e rischiano di bloccare la crescita di un mercato con grandi chance”

20 Ott 2014

Domenico Aliperto

Si fa presto a dire droni. Gli oggetti volanti controllati da piloti umani invece che da software automatici sembrano su diversi fronti la panacea per molte delle esigenze delle smart city del futuro, Expo inclusa. Non a caso il mese scorso è partito ufficialmente il programma “Belvedere in città”, che grazie all’aiuto di Telecom consentirà di seguire l’avanzamento dei lavori del cantiere con cadenza settimanale. Un’operazione trasparenza, ma anche un’oculata iniziativa di marketing che punta i riflettori su una potenziale killer application della moderna urbanistica. Il limite all’uso di questi sistemi non è tanto nella tecnologia, quanto, nel nostro Paese, nella normativa. È la poca chiarezza delle norme che frena lo sviluppo di macchine e software per i quali l’Expo potrebbe essere una grande ribalta. Ne abbiamo parlato con Giorgio Ugozzoli, fondatore della startup Aerodron e ideatore, insieme all’Aeroclub Bolla di Parma, della prima scuola certificata per il pilotaggio di droni in Italia.

Quali sono i freni normativi?

Premetto che è un bene avere regole che dicono chi, dove e con che cosa si possa volare. L’Enac stabilisce che ci sia un operatore riconosciuto, una compagnia aerea a tutti gli effetti che disponga di piloti e mezzi certificati. Il tema spinoso è quello della sicurezza legata alla definizione dei contesti critici. A manifestazione iniziata, il sito di Expo 2015 sarà uno di questi contesti, per i quali l’autorizzazione non è stata concessa a nessuno. Ma c’è dell’altro.

Ovvero?

Rispetto all’assicurazione, si applica un meccanismo per il quale l’operatore ha la responsabilità di scelta del drone e dello scenario in cui volerà. Ma l’assicurazione segue la normativa: se un operatore valuta il contesto come non pericoloso e poi quest’ultimo si rivela altrimenti, l’assicuratore non paga. In altri Paesi la situazione è più chiara.

Per esempio?

In Francia il mercato cresce in risposta a una normativa semplice, una banalissima matrice che definisce quattro scenari specifici, contemplando situazioni che vanno dal campetto di calcio a voli nel raggio di 25 km. Dopodiché si sono stabilite le classi di oggetti che possono volare, e ciascuna viene collocata in uno di questi scenari. In Italia la complessità è tanto maggiore per chi come noi lavora sui servizi con droni.

Quali di questi servizi potrebbero essere utili prima e durante i sei mesi dell’Expo?

Il drone è spesso l’unico sistema per monitorare lavori di costruzione impossibili da osservare da terra. Tra l’altro le riprese effettuate da un drone sono legalmente utilizzabili in caso di contestazioni. Poi c’è la sorveglianza, soprattutto notturna. Però entriamo in un settore dove, di nuovo, la normativa è di poco aiuto. Sarebbe possibile avere un pattugliamento costante, 24 ore su 24, con tre o quattro droni che volando a 150 metri d’altezza sono in grado di segnalare eventuali movimenti anomali a una centrale, che invia altre macchine più piccole per le verifiche del caso. Tutto gestito in maniera automatica. Ci sono due ordini di problemi: non possono volare oggetti di peso superiore ai 2 kg (e l’equipaggiamento per questo tipo di attività peserebbe di più) e non è consentito il volo BVLOS (Beyond visual line of sight), ovvero in notturna.

Dunque non c’è in vista alcun tipo di collaborazione tecnica con Expo 2015?

Servirebbe un programma mirato, abilitato da una parte dalla normativa e dall’altra dalla costruzione di oggetti specifici. Non c’è tempo per fare una cosa del genere. Ma vorremmo portare a Expo le nostre case history nell’ambito della filiera agroalimentare. Stiamo conducendo massicce sperimentazioni su coltivazioni di mais e pomodoro, e i risultati sono strepitosi. Effettuiamo anche voli sulle frane, effettuando analisi dei dissesti idrogeologici ed elaborando programmi di tutela del territorio. Il prossimo passo è il monitoraggio ambientale: vogliamo creare un network di droni che tutte le mattine decollano, prelevano campioni d’aria, atterrano, ricaricano le batterie e ripartono. Collaboriamo con l’Università di Pisa per la creazione di sensori miniaturizzati, visto che come detto il peso delle macchine è un limite. Ci piacerebbe avere in Expo una postazione per mostrare tutto questo, ma le dimensioni della nostra azienda non ce lo consentono. L’ideale sarebbe una partnership con la Regione o con il Cnr.

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