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SMART CITY. La rete delle cose

18 Lug 2011

In principio c’era la rete: calcolatori dislocati in luoghi
diversi, connessi tra loro attraverso una struttura complessa fatta
di cavi, righe di comando, lunghi tempi di attesa per il
trasferimento dei dati. Un mondo apparentemente oscuro dietro il
quale si nascondeva però una cerchia di ricercatori che avevano
già intuito le potenzialità di uno strumento che permettesse di
comunicare e condividere informazioni, dati, idee. La rete dei
computer si è velocemente trasformata in una rete di persone, al
punto che la semplice presenza online, anche non legata ad alcuna
attività specifica, va assumendo sempre maggiore importanza.
Adesso che il mondo della rete è sempre più parte dalla realtà,
è tempo che anche le cose arrivino in rete.

La nuova rete delle cose (indicata come Internet 3.0, a partire dal
libro di Bruce Sterling “Le forme del futuro”) nasce dalla
combinazione di diversi elementi: tecnologici (poiché le
tecnologie in grado di abilitarla sono molte e non tutte già
affermate); sociali (poiché le persone vengono coinvolte come
semplici utenti, come cittadini e, infine, come “consumatori”);
economici (chi sono i soggetti maggiormente coinvolti nelle
sperimentazioni? Chi implementa i nuovi servizi? A quale
prezzo?).
Sulla definizione di “Internet of things”, quindi, le opinioni
sono molte. I primi interventi sul tema risalgono all’Auto-ID
Center, centro di ricerca legato al Mit. In una prima definizione
questo viene connesso al concetto dell’electronic product code
(Epc), un codice elettronico da applicare ai prodotti in modo che
gli oggetti, interrogati da specifici lettori, comunichino tra di
loro.

Ma tante via via sono le definizioni che si sono sovrapposte,
provenienti da organizzazioni quali l’Ietf, in particolare per le
descrizioni del protocollo IPv6, l’Etsi, il Future Internet
Forum, e da consorzi di enti pubblici e imprese, come quelli creati
dalle piattaforme europee Eposs (sull’integrazione degli Smart
Systems) e Casagrass, o di impronta industriale come la Ipso
Alliance.

Oggi la ricerca sull’“Internet of Things” è influenzata
dagli sviluppi sia nei campi dell’ubiquitous network and
computing sia negli studi sugli sviluppi della rete Internet.
L’idea di fondo è semplice: munire oggetti della vita comune di
codici in grado di essere letti da dispositivi connessi in rete,
così che sia possibile identificarli univocamente e trarne
differenti tipologie di informazioni.

Il naturale connubio tra Internet delle Cose e Smart Cities chiama
in causa un nuovo paradigma tecnologico e sociale in cui le persone
vivono in ambienti ibridi, fisici e virtuali, e sono in grado di
ricevere e scambiare informazioni in qualunque momento e attraverso
qualsiasi dispositivo, grazie anche alla diffusione della banda
larga, delle tecnologie mobili, delle tecnologie Rfid e delle reti
di sensori. Tuttavia, la realizzazione di spazi multisensoriali,
ambienti multibearer e di soluzioni di infomobility, telelavoro,
telemedicina, smart commerce e smart school, deve essere
progettata, per lo sviluppo organico delle città intelligenti, per
mezzo di piattaforme interoperabili e neutrali. Una progettazione
diversa porterebbe l’utente a confrontarsi con una serie di
“inutili” silos informatici ermetici, impedendogli di fruire
della città nel suo complesso.

Questo è il lavoro che viene portato avanti a livello europeo da
numerosi progetti tra cui vale la pena ricordare non solo quelli
come Smart Santander e Peripheria che hanno un focus preciso sulle
città intelligenti; ma anche quelli come IoT-A che ad un livello
più alto stanno cercando di affrontare e risolvere i tanti
problemi tecnologici (naming e numbering, routing, governance,
privacy e sicurezza dei dati) che separano la creazione di una vera
internet delle cose a partire dalle tantissime “intranet delle
cose” costruite a livello globale. Proprio progetti
infrastrutturali come IoT-A (20 partner e più di 12 milioni di
euro di finanziamenti) stanno costruendo l’infrastruttura europea
dell’internet delle cose, su cui si andranno via via poggiando le
piattaforme europee tematiche, la più famosa delle quali è allo
stato attuale quella portata avanti dallo Strategic Energy
Technology Plan.

La strada è tracciata, l’orizzonte tecnologico ed economico sono
chiari, ma adesso bisogna tornare analizzare, come detto
all’inizio, quali sono le reali esigenze dei cittadini come pure
quelle dei turisti, dei pendolari, dei cosiddetti “user” che
vivono o attraversano una città; in modo da far sì che la città
intelligente sia non solo una sfida economico/tecnologica, ma anche
sociale. Dobbiamo cioè evitare che la città intelligente diventi
un inutile e costoso elettrodomestico (anche se utile come volano
economico) da mettere in uno sgabuzzino, ma diventi
quell’infrastruttura in grado di legare tutte le cose e le
persone senza soluzione di continuità ed alzare i livelli di
qualità della nostra vita.

*Università La Sapienza