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ICITYLAB 2017

Collaborative mapping, i dati spingono la partecipazione civica

La cartogrfia digitale “aperta” consente di raccontare i territori e le città alla luce dei bisogni di chi li abita. Uno strumento che rafforza il processo democratico. L’analisi di Ilaria Vitellio

14 Set 2017

Ilaria Vitellio*

Il 2017 si è caratterizzato per presentare all’esperienza le potenzialità negative di internet: dagli attacchi alla sicurezza, alle fake news agli insulti sui social soprattutto a politici. Il dibattito, importante, che si è aperto su tali temi non appare però controbilanciato dalla spinta civica che la stessa rete ha permesso di esprimersi. Eppure essa è presente e gode di buona salute.

Una vasta sperimentazione in atto, nel campo del collaborative mapping, fa emergere un riposizionato del concetto di democratizzazione delle tecnologie in una più vasta attività di democratizzazione del processo democratico. Abbiamo assistito, infatti, ad un primo processo di democratizzazione attraverso Open Street Map con possibilità poter costruire e contribuire collettivamente alla cartografia del mondo. La cartografia è diventata esito dell’attività volontaria di una moltitudine di neocartografi che, attraverso il digitale, hanno immesso nel web competenza e conoscenza disegnando strade, palazzi, fiumi, mari, aree verdi e tutti i componenti di cui sono fatti i territori. La cartografia è così passata dall’essere strumento di potere al divenire la manifestazione del potere dello strumento. Ai neocartografi si sono poi aggiunti i neogeografi, animati non solo di raffigurare i territori collaborando alla cartografia, ma anche di raccontarli attraverso la georeferenziazione di foto, video, audio, testi. Ai dati quantitativi (lunghezze, andamenti, dimensioni, altezze, civici, etc.) raffigurati nella cartografia di Open Street Map si sono aggiunti così contenuti qualitativi (foto, video, audio, testi) che ne restituiscono visioni nel mondo, immagini e immaginazione.

Questo insieme di tecnologie potenti e di tools open e di facile utilizzo ha consentito oggi di utilizzare la rete per migliorare la vita dei cittadini e contribuire al mantenimento e produzione di beni pubblici. Quando parliamo di tecnologie civiche in genere ci riferiamo a questo, ad una assidua sperimentazione online di pratiche sociali di produzione di beni pubblici.

Le sperimentazioni in atto in Italia (come mappi-na.it e il suo portale cityopensource.it di generazione di digital commons e interazione tra open data e contenuti prodotti dai cittadini, insieme a confiscatibene.it, terremotocentroitalia.it, ItaliaAFuoco.info ed altri) descrivono un territorio in cui le tecnologie permettono, attraverso il collaborative mapping, la realizzazione di spazi condivisi costruiti intorno a valori condivisi che emergono per far fronte a problemi sentiti come “pubblici”. Sono sperimentazioni che assumono di volta in volta la dimensione diverse e problematiche differenti, ma in cui, attraverso dinamiche di auto-organizzazione e di civic hacking, si mettono a tema problematiche sentite come pubbliche e si co-producono beni pubblici. Questi ultimi infatti emergono non come beni prodotti o di proprietà di una pubblica amministrazione, ma come esito di un processo di interazione sociale. Le tecnologie qui sono strumenti digitali attraverso cui si alimentano pratiche sociali di riappropriazione e ridefinizione collettiva di beni pubblici, materiali e immateriali (tra cui le stesse tecnologie).

A partire da queste esperienze si può sostenere che il termine civico, in progetti di tecnologie civiche, non è riferito a “chi” promuove o “chi” partecipa l’iniziativa e neanche al “chi” elabora la tecnologia, ma rimanda piuttosto al senso civico che mobilita le persone intorno a problematiche pubbliche e alle pratiche che tali mobilitazioni determinano. Persone che si impegnano alla co-produzione di possibili soluzioni e, spesso, alla realizzazione di tecnologie attraverso cui definirle o produrle.

Una prospettiva questa che apre a riflessioni sulle pratiche di partecipazione oggi tanto di moda, soprattutto ora che le sperimentazioni in atto rendono obsolete le geografie costruite su coordinate “top down” e “botton up”.

Di questo discuteremo il 24 ottobre al Convegno “La georeferenziazione come driver del cambiamento dal basso, nell’ambito dell’evento ICity Lab 2017.

*Urban Planner e civic hacker, con specializzazione, master e PhD in in urbanistica e pianificazione. Ha svolto per anni attività di ricerca e docenza presso università italiane e attività di consulenza per le pubbliche amministrazioni (piani urbanistici, programmi complessi, piani strategici). Attualmente è Ceo di Mappina – Mappa Alternativa della Città e di CityOpenSource – Collaborative Mapping Platform e project manager di diversi progetti digitali che intrecciano open data con pratiche di collaborative mapping.

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