L'INTERVISTA

Corso: “La città intelligente? Quella dove il lavoro è smart”

Il docente del Politecnico di Milano e responsabile scientifico di Digital 360: “Solo svincolando le persone da orari e luoghi fisici possiamo immaginare uno sviluppo sostenibile. Ma serve una politica lungimirante”

Pubblicato il 20 Nov 2017

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La smart city? Quella dove il lavoro è smart. Mariano Corso, docente del Politecnico di Milano e direttore scientifico gruppo Digital 360, spiega CorCom perché senza un grande ripensamento dei modelli organizzativi della produzione la città intelligente rischia di rimanere una chimera mentre aree rurali, anche potenzialmente produttive, sono a rischio spopolamento. D’altronde in numeri parlano chiaro: secondo Dipartimento Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite entro il 2050 il 66% della popolazione mondiale vivrà nelle città (nel 1950 era solo il 30%). “Mi spaventa questo trend, lo trovo non più adatto alla modernità, per lo meno se non ripensiamo alla radice le città a partire dalla loro stessa urbanistica”, avverte Corso.
Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Del fatto che questo modello non è più sostenibile né dal punto di vista ambientale né da quello dell’inclusione sociale. C’è un trend pericoloso che deve essere fermato: lo spopolamento di aree rurali o comunque periferiche e la conseguente eccessiva urbanizzazione delle metropoli. Trend facilitato anche dal modello urbanistico delle nostre città.
In che senso?
Le grandi città sono strutturate sul modello di Le Corbusier, con grandi strade che connettono quartieri con funzioni diverse: aree dove si concentra la produzione, sia industriale sia di servizi, e aree dove si vide “oltre” il lavoro. Tale assetto porta le persone ad effettuare ogni giorno grandi spostamenti con impatti devastanti sui sistemi della mobilità e sull’ambiente. C’è una dicotomia novecentesca tra zone centrali, popolate fino allo stremo, e periferiche – dentro e fuori il perimetro urbano – trasformate in dormitori dove non è nemmeno possibile immaginare di crescere i propri figli.
La tecnologia può aiutare a ripensare la città?
Il digitale da solo non basta. Cablare le città, installare sensori e antenne wifi non rende automaticamente smart una città o un territorio. Non basta nemmeno digitalizzare la PA. Però sono misure che possono contribuire a cambiare il modo di vivere, immaginare la città e anche di lavorarci perché abilitano nuovi processi produttivi. Ma sono un “pezzo” di una rivoluzione che è soprattutto culturale.
C’è un rapporto stretto dunque tra smart city e smart working.
Strettissimo. Lo smart working inteso, non tanto come lavoro da remoto abilitato dalle connessioni, ma soprattutto modalità innovativa che consente ai lavoratori di gestire in maniera flessibile il proprio lavoro, ha effetti anche sulla trasformazione della città. Basti pensare al decongestionamento del traffico e all’efficienza dei servizi di trasporto se, ogni giorno, migliaia e migliaia di persone non fossero costrette a spostarsi per andare a lavorare. Oppure al nuovo impulso che si darebbe agli investimenti su aree finora marginali perché a rischio spopolamento o perché quartieri dormitorio. Lo smart working è un fantastico abilitatore di città intelligente, intese come comunità vive e culturalmente avanzate.
Come immagina la città intelligente?
Oggi la città intelligente è quella che risponde alle grandi sfide di questi anni: il lavoro, la sicurezza, l’immigrazione. Rispetto al passato abbiamo il grande valore aggiunto delle tecnologie ma queste vanno consiederate dei facilitatori della messa in pratica di strategie ad hoc.
Serve più politica dunque?
Le città non cambiano da sole. Serve una politica lungimirante capace di pensare al bene comune, superando particolarismi e populismi. Richiede una ricerca e una formazione coraggiosa ed etica, capace di creare cultura, competenza, stimoli all’innovazione. Richiede aziende e amministrazioni consapevoli. Richiede investimenti immediati certo, ma si tratta di investimenti che già nel medio periodo avrebbero ritorni incredibili sulla produttività e impatti positivi sulla qualità della vita delle persone.

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