L'ANALISI

Smart city al bivio, Epifani: “Le best practice non sono replicabili”

Il docente della Sapienza e presidente del Ddi: “Ogni progetto è unico e vive di dinamiche di contesto proprie”. La ricetta per lo sviluppo di strategie ad hoc messa nero su bianco nel rapporto realizzato in collaborazione con Cisco

30 Mag 2017

Andrea Frollà

“Il problema è che le cosiddette best practice sono senz’altro utili per capire che un risultato è perseguibile, ma non aiutano più di tanto nel capire come perseguirlo, perché ogni progetto è unico e vive di dinamiche di contesto non replicabili. Viceversa, tutti tendiamo a commettere gli stessi errori. Quindi evidenziare i fattori di potenziale fallimento di un progetto smart city non è altro che un sistema per abbatterne il coefficiente di rischio”. Stefano Epifani, docente alla Sapienza di Roma e presidente del Digital transformation Institute (Dti), spiega così l’approccio che ha guidato la ricerca “Smart city, quali impatti sulle città del futuro?”, nata nel quadro del piano di investimenti Digitaliani di Cisco ed elaborata dal Dti in collaborazione con il colosso Usa, per definire i possibili elementi che possono portare al fallimento di un progetto di città smart.

Per realizzare la ricerca è stato coinvolto un team di esperti interdisciplinare, che ha identificato le sei dimensioni chiave che rappresentano elementi critici nello sviluppo di un processo smart city efficace: la visione, l’organizzazione, l’economia, la società, la tecnologia e la comunicazione. È stato poi stilato, per ognuna delle sei dimensioni individuate, un elenco di elementi che sono potenziali motivi di fallimento di un progetto smart city. E infine è stato sviluppato uno strumento di autodiagnosi, sotto forma di un questionario (in cantiere c’è la trasformazione in un’app), che permette alle PA di analizzare la propria situazione rispetto a ognuno di questi fattori di rischio, comprendendo a quali ambiti prestare maggiore attenzione.

“Nella nostra ampia esperienza in progetti smart city realizzati in tutto il mondo abbiamo capito due cose: che per fare una smart city ci vuole un villaggio, ovvero una capacità di collaborazione a tutti i livelli della comunità – sostiene Fabio Florio, Business Development Manager Smart City e Country Digitization Leader di Cisco Italia recentemente intervistato da CorCom su questo tema – e che nessuna smart city può essere uguale a un’altra”.

Vision: città intelligente umana e trasversale – Per attivare un progetto smart city, avvertono i curatori del report, “è essenziale avere ben chiaro quale è il modello di citta intelligente che è più in grado di trasformare in senso positivo, attraverso il digitale, la comunità: un modello che sia sostenibile economicamente e sostenibile dal punto di vista sociale e culturale, perché basato sul dialogo con le esigenze dei cittadini e sul sentire comune della comunità. Una smart city che sia prima di tutto “umana”.

Organizzazione: intreccio fra leadership, visione, strategie, rete e partecipazione – La dimensione organizzativa, spiegano gli esperti, si compone di molti fattori, tra cui la capacità di coinvolgere il territorio, l’ascolto e la gestione delle esigenze di tutti gli attori interessati nel processo e la pianificazione degli interventi da compiere. Si tratta, si legge nel report, di “guidare saldamente una rete partecipativa”.

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Fare rete: la trasformazione digitale per coesione, partecipazione e sviluppo della comunità
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L’economia: stabilità per l’integrazione pubblico-privato – Una città che voglia crescere e avviare progetti maturi in ambito smart city, e non singole sperimentazioni, spiega il report, “deve avere un budget dedicato alle iniziative di innovazione, anche se limitato: la sua esistenza è determinante come indicatore di una scelta culturale”. Un altro fattore da considerare è “la capacità di integrare e fare interagire investimenti pubblici e privati: conoscere fonti di finanziamento necessarie, ripartirle correttamente, ma anche (dove la PA non possa arrivare con un investimento tradizionale) sapere creare condizioni che abilitano concretamente i progetti e possano garantire ai privati stabilità nel lungo periodo, anche in caso di un cambio di amministrazione”.

La società: comunità resiliente, collaborativa e “open source” – La consapevolezza dei cittadini rispetto a come la loro città funziona, quali caratteristiche ha dal punto di vista economico e sociale, può fare la differenza. In questo senso “gioca un ruolo fondamentale la capacità di raccogliere dati e renderli accessibili e usabili dai cittadini” e non basta creare piattaforme open data, che “devono essere punto di partenza per coinvolgere in modo partecipativo, fin dalle fasi iniziali dei progetto, la comunità”.

La tecnologia: infrastrutture e piattaforme per la cittàIl tema delle piattaforme collaborative basate sulla condivisione delle informazioni introduce l’aspetto tecnologico dei progetti smart city. Secondo il rapporto ci sono tre fattori tecnologici principali “che determinano efficacia, scalabilità e successo: disporre di infrastrutture di comunicazione di rete sicure, affidabili, capillari, virtualizzabili che permettano di accedere ai servizi digitali, di aggregare dati, avere monitoraggio e controllo; dotarsi delle infrastrutture per ospitare le applicazioni centrali e per raccogliere, conservare, analizzare i dati; costruire piattaforme applicative, sia per una gestione centrale, sia per i singoli sistemi e servizi”.

Comunicazione: dialogo e coinvolgimento per una città umana – Fare una smart city, si legge nel rapporto, non significa semplicemente “immettere tecnologie innovative in un centro urbano” ma “avere l’obiettivo di rispondere in modo nuovo a domande anche esse nuove: assistenza, sicurezza, qualità della vita, partecipazione, innovazione”. Avere cioè gli strumenti per coordinare il dialogo tra tutti gli attori coinvolti, con una mediazione culturale “capace di affrontare difficoltà e chiusure, dare responsabilità alle persone, e condividere in modo chiaro e coerente fasi e obiettivi dei progetti è fondamentale”. Il problema, spiegano gli esperti, è che i progetti non riescono a trasmettere la consapevolezza di come usare quanto viene messo a disposizione.