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L'INTERVISTA

Smart city, Dominici: “Ict e governance collaborativa per vincere la sfida sostenibilità”

Il direttore generale di FPA: “Il digitale è lo strumento principe che consente di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030. Ma serve una PA che apra i processi decisionali a cittadini e imprese per sviluppare servizi innovativi”

08 Ott 2018

Federica Meta

Giornalista

Tecnologia e governance “evoluta”. La sfida delle smart city 4.0 parte da questi due pilastri ovvero un governo in grado di dare un indirizzo di sviluppo sostenibile alle città, facendo leva appunto sull’innovazione. Di come realizzare le “smart sustainable city” si parlerà ad ICity Lab 2018, la manifestazione sulle città intelligenti organizzata da FPA che aprirà i battenti a Firenze il 17 e 18 ottobre.

“Il tema di fondo della manifestazione rimane quello della sostenibilità della dimensione urbana –spiega a CorCom il dg di FPA, Gianni Dominici – Già lo scorso anno mettemmo in evidenza come sia oramai impossibile parlare di smart city senza tenere conto degli obiettivi della Strategia per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. La sfida delle smart city è dunque quella di utilizzare la tecnologia come driver di sostenibilità”.

In che senso?

Quella che noi chiamiamo Smart Sustainable City è la città che fa ricorso al digitale per innescare processi di innovazione istituzionale e organizzativa per migliorare la qualità della vita, i livelli di occupazione, la competitività. Una città che dà risposte ai bisogni dei cittadini, i più giovani e più anziani, ma nel segno della sostenibilità economica, sociale e ambientale.

Quali sono le priorità tecnologiche di una città che vuole diventare smart ma anche sostenibile?

La tecnologia è il fattore abilitante che consente alla città di diventare una piattaforma di sviluppo di progetti innovativi. In questo senso è cruciale accelerare il processo di infrastrutturazione delle reti – penso alla fibra e al 5G – ma anche di tecnologie che mettano a valore quelle infrastrutture: lo IoT e il cloud tanto per citarne alcune.

Oggi le tecnologie per le città sono in grado di produrre una mole incredibile di dati. La smart sustainable city è anche “data driven”?

Certamente sì. Servizi urbani basati su tecnologie IoT, per esempio, sono in grado di produrre informazioni che i Comuni possono sfruttare per sviluppare servizi sempre più vicini ai bisogni del cittadino. Il punto cruciale è però la capacità di leggere e utilizzare questi dati. E qui entra in gioco il secondo tema chiave della manifestazione ovvero la governance collaborativa.

Di che si tratta?

LA PA deve abbandonare un modello organizzativo “verticale” per abbracciare una logica orizzontale che “porti dentro” l’amministrazione il contributo dei diversi attori pubblici e privati, ma anche del non profit, nella progettazione e gestione dei servizi avanzati.

Una chimera in una PA che, spesso, è percepita come una monade resistente al cambiamento. Esiste una ricetta?

La governance collaborativa può essere perseguita solo attraverso la promozione delle reti e delle connessioni sociali che determini processi di progettazione partecipata. Grazie ad un uso sapiente delle tecnologie si può realizzare una piattaforma che metta insieme tutti gli attori per abilitare nuovi servizi e nuovi piani di sviluppo. Da questa prospettiva la PA abilitante diventa una “casa aperta” di processi, di informazioni e di dati prodotti dai diversi attori. Una PA collaborativa, dunque, che abiliti la città sostenibile.

Ci sono esempi di progetti in questo senso?

Il bike sharing a flusso libero è esemplificativo. In molte città italiane è arrivato il sevizio: si tratta di un’importante occasione per completare l’offerta di mobilità pubblica con un’offerta privata che ben si adatta alla fluidità della domanda attuale. I risultati sui processi urbani, però, sono ben diversi. Da una parte ci sono le città che hanno “subito” questa innovazione. Ed è successo laddove le politiche di mobilità sostenibile non hanno un quadro regolatorio di riferimento. I gestori privati non hanno collaborato con la città ma l’hanno usata come un gigantesco marketplace. Poi ci sono esempi virtuosi, come quello di Firenze.

Lì cosa è successo?

Firenze ha gestito – nell’ottica di una governance collaborativa tra pubblico e privato –  l’offerta proveniente dagli operatori privati all’interno di un contesto ben definito di strategie e di regole. Hanno introdotto policy innovative come quella per cui i dati raccolti dall’operatore privato sono poi condivisi, in modalità aggregata, all’amministrazione cosi da poterle fornire informazioni utili per il governo e l’amministrazione del territorio. La città, nel secondo caso, non è un terreno di conquista ma una piattaforma abilitante, appunto, di nuove forme di creazione di valore pubblico.

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