Smart working, Corso (Polimi): "Servono investimenti ad hoc" - CorCom

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Smart working, Corso (Polimi): “Servono investimenti ad hoc”

Il responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart working: “Per l’apprendimento continuo sono necessarie risorse pubbliche aggiuntive. No a oneri sulla sicurezza a carico delle imprese”

05 Ago 2016

Antonello Salerno

“Il testo del disegno di legge approvato in commissione Lavoro a Palazzo Madama chiarisce il concetto di lavoro agile, portandolo sempre di più a coincidere con quello più ampio di Smart Working. Si fa esplicito riferimento alla possibilità per il lavoratore di svolgere la propria attività ovunque, senza vincoli di orario o di luogo di lavoro e si introducono due elementi fondamentali: il concetto di diritto alla disconnessione e quello di diritto all’apprendimento continuo e certificazione delle competenze”. Così Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working della School of management del Politecnico di Milano, commenta con CorCom il testo che andrà in discussione dopo l’estate in aula a Palazzo Madama.

Corso, qual è la portata di queste due modifiche?

Sul concetto di diritto alla disconnessione il testo non dà, come ovvio, indicazioni precise, ma enuncia un principio importante: dice che nel contratto di accordo tra le parti devono essere previste esplicitamente le modalità per evitare una condizione di iperlavoro e iperconnessione. Questo ovviamente per tutelare il diritto al riposo, ma anche quello alla concentrazione: nella realtà applicativa in molti casi gli smart worker rischiano di entrare in una condizione di “ansia da connessione continua”; proprio per il fatto di non essere sul posto di lavoro ritengono che sia loro obbligo essere reperibili in ogni istante. Si tratta di una palese distorsione che, oltre a peggiorare serenità ed equilibrio del lavoratore, può andare anche contro la produttività. Enunciare esplicitamente questo diritto, e richiedere alle parti di chiarire dove è necessaria una presenza online e reperibilità costante e dove si possa o si debba fare “check out”, è un elemento importante: devono esistere finestre proteggibili di concentrazione, privacy e vita privata.

Passiamo al diritto all’apprendimento continuo e alla certificazione delle competenze: è corretto parlarne come di una nuova forma di articolo 18?

La commissione Lavoro ha voluto cogliere in modo ampio l’opportunità del decreto sul lavoro agile per inserire un principio che può e deve essere applicato a tutti i lavoratori. Viene esplicitamente introdotto il concetto che lo smart worker ha il diritto, che deve essere riconosciuto dal datore di lavoro, di sviluppare competenze che ne possano consentire l’occupabilità: è una forma di garanzia importante, la migliore tutela che le imprese possono dare oggi ai lavoratori. Il testo si spinge più avanti facendo specifico riferimento all’individuazione, acquisizione e certificazione di competenze digitali. Si tratta, a mio parere, di un passo avanti molto significativo: il percorso di trasformazione del lavoro, dovuto anche al digitale, porterà alla perdita di alcuni lavori “tradizionali”, che nel tempo spariranno o verranno marginalizzati, alla nascita di nuove professioni e alla trasformazione di quelle esistenti. Di fronte a questa sfida i lavoratori devono essere messi in grado di acquisire nuove capacità e nuove competenze, sia di tipo “hard”, senza le quali rischiano di diventare gli analfabeti del nuovo millennio, che di skill e competenze comportamentali.

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Il piano nazionale di alfabetizzazione informatica di cui parla il presidente Sacconi, diventa quindi urgente per non escludere tanti lavoratori dal sistema produttivo, ma anche per intervenire sulle nuove modalità di interazione tra gruppi e persone, sempre più chiamate a collaborare senza trovarsi nello stesso luogo. Da sottolineare tuttavia come questo sforzo vada indirizzato a tutti i lavoratori e non solo a quelli a cui oggi è data la possibilità di lavorare secondo modalità “smart”. Infine, parlando di formazione occorre la consapevolezza che occorre agire contemporaneamente su due versanti: da una parte trasformando le competenze di chi è già nel mondo del lavoro, e dall’altra intervenendo sul sistema educativo, per formare giovani già pronti a misurarsi con le nuove modalità. Se nel nostro Paese c’è ancora relativamente poca richiesta di nuove competenze e professionalità digitali, infatti, è anche perché la cultura dell’innovazione nelle nostre imprese è ancora relativamente bassa, e questo rischia di generare un circolo vizioso in cui il nostro sistema rischia di implodere perdendo competitività e finendo per essere “spiazzato” dalla rivoluzione in atto.

Passiamo alle criticità: quali sono i punti su cui è necessario continuare a lavorare?

Le criticità sono le stesse che per certi versi si erano evidenziate già con la versione precedente del decreto. Innanzitutto il fatto che tutto quanto previsto debba essere realizzato a parità di risorse a carico delle finanze pubbliche, senza prevedere quindi investimenti aggiuntivi. E’ evidente che nessun disegno di legge di questo tipo, oggi, potrebbe passare senza questa clausola. Ma specificare che il diritto all’apprendimento continuo si deve realizzare reindirizzando le risorse esistenti potrebbe essere incompatibile con la portata e l’urgenza della sfida. Questo è tanto più vero se pensiamo al nostro sistema educativo: insegnare il digitale e l’imprenditorialità oggi è difficile, ma immaginare che tutto si possa fare a risorse invariate è ancora più complesso e probabilmente velleitario.

La seconda criticità riguarda il riordino degli oneri di sicurezza: ci sono debolezze e potenziali ambiguità che demandano a decreti successivi l’onere del chiarimento. Dal mio punto di vista, almeno in una prima fase, sarebbe fondamentale stabilire che nell’applicazione dello smart working non dovrebbero esserci ulteriori oneri a carico delle imprese sulla sicurezza. E’ necessario un periodo di osservazione e monitoraggio: una volta che ci si avranno a disposizione informazioni reali si potrà decidere come dividere e coprire costi e benefici.

Che ruolo possono avere i sindacati in questo processo di trasformazione?

Io ritengo che, sebbene con un certo ritardo, i sindacati stiano facendo un percorso importantissimo. Se per anni, per mantenere il consenso di una popolazione sempre più anziana, impaurita e disorientata, sembravano aver scelto la strada della difesa ad oltranza dei privilegi, ultimamente noto una progressiva crescita di attenzione proprio sui temi dell’innovazione, della flessibilità e del reskilling digitale. Il campo dello Smart Working può essere un’ottima opportunità per i sindacati di guadagnare consensi aprendosi alle nuove modalità di lavoro previste nel DDL, con una valutazione del lavoro che vada al di là del conteggio delle ore lavorate. Ritengo che i sindacati si stiano orientando positivamente verso forme di flessibilità che implicano una maggior responsabilizzazione del lavoratore ai risultati, e questo sarebbe un passo avanti “storico” nelle relazioni industriali.