Smart working, regole soft per flessibilità e autonomia

Le disposizioni di legge al vaglio del Parlamento non devono ingabbiare l’innovazione. Serve una nuova relazione gerarchica dell’organizzazione, con modelli di leadership orientati al risultato più che al controllo. L’analisi di Laura di Raimondo, direttore di Asstel

13 Giu 2016

Laura Di Raimondo, direttore Asstel

Smart working, nuove tecnologie digitali, formazione, spazi e leadership sono stati i principali temi affrontati durante l’incontro “Smart Working Roadmap: formazione, innovazione, collaborazione”, organizzato da Asstel Assotelecomunicazioni e Unindustria nell’ambito dell’iniziativa Unirete, il 9 giugno scorso presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur in Roma.

Francesco D’Angelo, Presidente della Sezione Comunicazioni di Unindustria, ha introdotto il dibattito che ha visto, tra gli altri, la partecipazione di Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, Maurizio del Conte, Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Politiche Attive del Lavoro e della Senatrice Anna Maria Parente.

Il dibattito – nato dall’assunto di fondo che il digitale e le nuove tecnologie sono destinate a produrre un cambiamento nel concetto di lavoro, spingendo a trovare nuovi equilibri fra occupazione, creazione e ridistribuzione della ricchezza ed inclusione economica e sociale – si è sviluppato attraverso due tavole rotonde nell’ambito delle quali è stato possibile ascoltare le testimonianze di realtà aziendali quali Tim, Wind, Fastweb, Ads Group, Sielte e Cellnex Italia.

Il confronto tra referenti istituzionali e manager aziendali, partendo dalle esperienze già maturate sullo smart working quale nuova filosofia del lavoro fondata sulla restituzione di flessibilità e autonomia nella scelta di spazi, orari e strumenti, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati, ha dimostrato come questa modalità di lavoro sia una realtà che sta conquistando sempre maggiori spazi all’interno delle aziende.

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Dalle due tavole rotonde è emerso in modo chiaro che lo smart working per le sue caratteristiche è uno stile di lavoro molto in linea con le aspettative delle generazioni dei nativi digitali ma, considerando l’allungamento della vita lavorativa, ben si presta ad essere un’importante leva per la gestione dei progetti di active ageing, dimostrando come tale modalità lavorativa, per definizione “agile”, sia trasversale in termini generazionali.

Sono stati discussi anche i vantaggi di riorganizzarsi in senso smart, che per le aziende si traducono in un incremento dei livelli di produttività e qualità complessiva, mentre per i dipendenti, determinano il miglioramento del work-life balance. Sottolineando come, in taluni casi, lo smart working si annovera fra i fattori abilitanti della digitalizzazione mostrandosi come un quid pluris per ottimizzare i modelli operativi, ridurre i costi, costruire organizzazioni a network e valorizzare le esperienze di work on the go.

Altro tema nodale per il successo dello smart working, sul quale tutti gli interventi delle imprese si sono concentrati, è la necessità di investire nella formazione di una nuova cultura aziendale affinché cambi la relazione gerarchica dell’organizzazione, con nuovi modelli di leadership orientati al risultato più che al controllo, e si sviluppi la capacità di lavorare in team e per obiettivi.

L’incontro è inoltre servito a fare il punto sullo stato dell’arte della normativa dedicata al “lavoro agile”, attualmente in corso di esame al Senato, offrendo un contributo, sulla base delle esperienze maturate, a sostegno di una traduzione normativa di questa innovativa cultura del lavoro, che sappia interpretare in senso intelligente e senza irrigidimenti le caratteristiche essenziali dello smart working: autonomia e flessibilità.

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