L’Ai ha cambiato profondamente il volto della trasformazione digitale – e non in senso tecnologico, ma strutturale e geopolitico, tanto da aprire le porte all’ipotesi di un’Ai di Stato a tutela della sovranità tecnologica e digitale che è sinonimo di dominio politico, economico e militare. L’utilizzo dei Large language model sta, infatti, scardinando l’idea, imposta dal cloud computing, di uno spazio computazionale globale, aperto, interoperabile, quasi privo di confini politici. Il fenomeno viene attentamente descritto da un’analisi di Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.
“Il cloud computing, i flussi di dati transfrontalieri e le piattaforme digitali transnazionali hanno sostenuto la crescita di un mondo apparentemente unitario, dove l’infrastruttura si espandeva più velocemente della politica. Ma l’affermarsi dell’intelligenza artificiale generativa ha scardinato questo equilibrio”, si legge. “L’utilizzo diffuso dei Large language models (Llm) – con annesso il consumo energetico –, il fabbisogno di microchip avanzati e la comparsa di data center hyperscale hanno reso evidente che l’Ai non è più un software etereo, ma un’industria vasta e fortemente concentrata. Nel momento in cui la capacità di calcolo diventa scarsa e costosa, chi ne controlla la distribuzione controlla anche le traiettorie dell’innovazione“.
È da qui che nasce la “corsa all’Ai di Stato”. Stati Uniti, Cina, l’Unione europea (e l’Italia) e, progressivamente, anche altre potenze regionali come India, Corea del Sud ed Emirati Arabi Uniti, trattano oggi le infrastrutture digitali alla stregua di beni strategici. La sovranità tecnologica è così divenuta il nuovo confine geopolitico che separa chi possiede il calcolo da chi ne dipende. L’Ai entra a pieno titolo tra le infrastrutture critiche, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni e del nucleare e la transizione digitale acquista così dimensione geopolitica.
Indice degli argomenti
Ai e sovranità: la partita si gioca su chip, reti e energia
Nel dibattito pubblico, l’attenzione si concentra spesso sui modelli, ma è sul piano materiale che si gioca la partita reale. L’addestramento di un modello di frontiera richiede miliardi di dollari in microchip specializzati, energia elettrica, raffreddamento e connessioni a bassa latenza, spiega Ispi.
L’Ai contemporanea vive di terre rare e semiconduttori, generatori e reti terrestri, contratti di fornitura e diplomi industriali, non solo di codici matematici. La concentrazione del calcolo crea barriere strutturali: solo pochi attori globali, i grandi hyperscalers (Google Cloud, Amazon Web Service, Microsoft Azure) e alcune potenze statali – in primis gli Usa– possiedono la scala necessaria per sostenere il costo di addestramento e aggiornamento dei modelli fondazionali. Chi detiene il calcolo dispone, dunque, di un consenso materiale sulla conoscenza, di un potere che non è più simbolico ma infrastrutturale.
Da questa prospettiva, il caso di Anthropic diventa emblematico. Il laboratorio statunitense ha firmato con Google Cloud un accordo da circa 200 miliardi di dollari in cinque anni per garantirsi accesso preferenziale a risorse di calcolo e semiconduttori progettati su misura. Il dato riflette un fenomeno già evidente: il calcolo è divenuto oggetto di contratti infrastrutturali pluriennali, vincolanti quanto le concessioni energetiche del secolo scorso. La competizione non si misura più nella qualità degli algoritmi, ma nelle alleanze che assicurano stabilità computazionale.
Lo stesso governo statunitense, attraverso il Center for AI Standards and Innovation (CAISI), effettua controlli preventivi sui modelli di frontiera per valutarne gli impatti sulla sicurezza nazionale. La frontiera tra ricerca privata e politica pubblica si fa così sottile e le aziende tech diventano così attori di interesse strategico, non semplici imprese dell’innovazione.
Stati Uniti: il calcolo come leva di potenza
Negli Stati Uniti, questa trasformazione è stata consolidata da un orientamento preciso: usare il controllo del calcolo come strumento di politica industriale e di diplomazia economica, come dimostrato in maniera lampante dalle restrizioni all’export di semiconduttori verso la Cina, introdotte dal Dipartimento del Commercio nell’ottobre 2022 e del 2023. Non è più una competizione solo commerciale, ma un tentativo di rallentare lo sviluppo di infrastrutture Ai “dual use” nei Paesi rivali, sottolinea Ispi.
Washington ha investito massicciamente nel rafforzamento della propria filiera, dal “CHIPS and Science Act” al “National AI Research Resource”(NAIRR), costruendo un ecosistema integrato che unisce imprese, ricerca e sicurezza nazionale.
“Il calcolo non è più neutrale: è diventato il più raffinato strumento di “geoeconomic statecraft” a disposizione del governo, una leva con cui plasmare la geografia dell’innovazione mondiale”, scrive l’Ispi.
AI “di Stato”, il caso Anthropic
L’ultimo episodio della saga Anthropic – Dipartimento di Stato è l’emblema di questo cambiamento epocale. Martedì 9 giugno l’azienda guidata da Dario Amodei aveva lanciato i due ultimi modelli di Ai, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, avviando una collaborazione con il governo degli Stati Uniti per distribuire il modello.
Solamente cinque giorni dopo Anthropic si è trovata costretta a disattivare i due sistemi per conformarsi a una direttiva ricevuta dal governo statunitense stesso che chiedeva di sospendere l’accesso ai sistemi coinvolti per “qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, compresi i dipendenti stranieri di Anthropic”.
Ma per garantire il rispetto della direttiva, la società ha deciso di bloccare i nuovi modelli per tutti i clienti: una decisione senza precedenti, che segna l’ultimo fronte di scontro tra Anthropic e l’amministrazione di Donald Trump.
Europa: la sovranità come infrastruttura condivisa
L’Europa si muove su coordinate differenti ma complementari. Non potendo contare su giganti del calcolo paragonabili a quelli statunitensi o cinesi, ha imboccato la via di una sovranità regolatoria e infrastrutturale fondata su regole comuni e capacità distribuite.
Il 16 gennaio 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato l’emendamento al regolamento EuroHPC che istituisce le AI Gigafactories, centri di calcolo avanzato destinati allo sviluppo di modelli sovrani europei. L’obiettivo principale è quello di ridurre le dipendenze critiche mantenendo apertura economica. Questa scelta riflette l’intuizione che la sovranità digitale non può basarsi sull’autarchia, ma sulla diversificazione e sul controllo dei nodi chiave: microchip, dati, energia, infrastrutture cloud.
Il nuovo pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica presentato a Bruxelles il 3 giugno 2026 rafforza ulteriormente questa traiettoria, affiancando agli strumenti normativi una più esplicita politica industriale orientata allo sviluppo di capacità europee nei semiconduttori, nel cloud e nell’Ai.
Cina: sovranità algoritmica e controllo strategico
La Cina rappresenta il modello più avanzato di integrazione tra sviluppo dell’Ai e pianificazione statale. Attraverso programmi come “Made in China 2025” e la “New Generation Artificial Intelligence Development Plan”, Pechino considera l’Ai una tecnologia strategica per rafforzare competitività industriale, sicurezza nazionale e stabilità politica. A differenza del modello statunitense, fondato sulla centralità del mercato e delle big tech private, quello cinese si basa su una stretta integrazione tra Stato, imprese e apparato regolatorio.
L’Ai viene incorporata nella manifattura avanzata, nella logistica, nella sicurezza urbana e nei sistemi di governance pubblica, trasformandosi in uno strumento di coordinamento economico e controllo sociale.
Le restrizioni statunitensi sull’export di semiconduttori avanzati hanno accelerato ulteriormente la strategia cinese di autosufficienza tecnologica, spingendo Pechino a investire massicciamente nella produzione domestica di microchip, infrastrutture cloud e modelli linguistici nazionali.
Medio Oriente, la diversificazione post-petrolifera
Un nuovo fronte di questa competizione emerge nel Medio Oriente, dove Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno investendo miliardi in data center, supercomputer e cloud nazionali. L’infrastruttura digitale è divenuta così il cuore delle strategie di diversificazione post-petrolifera, una leva per trasformare la ricchezza energetica in influenza tecnologica.
I cosiddetti “Sovereign AI Clouds” rappresentano una nuova forma di potere territoriale: centri di calcolo locali che controllano ciò che un tempo era diffuso nello spazio globale della rete. Attraverso partnership con Nvidia, Ibm e Google, i Paesi del Golfo stanno trasformando il calcolo in bene geoeconomico e in strumento di diplomazia regionale.
Ispi: è l’era della “frammentazione governata”
In questo quadro, include Ispi, il concetto di “cortina di ferro digitale”, metafora utilizzata per descrivere la segmentazione del cyberspazio, coglie solo in parte la trasformazione in corso. Più che a una chiusura binaria, stiamo assistendo a una frammentazione governata, in cui coesistono interdipendenze selettive e linee di divisione ben definite. Alcuni ambiti dell’innovazione, la ricerca open source, gli standard tecnici, le reti scientifiche, restano globalizzati; altri, come la produzione di semiconduttori e la protezione dei dati sensibili, vengono progressivamente regionalizzati o securitizzati.
I flussi di dati non scompaiono, ma diventano condizionati da regimi giuridici e infrastrutturali non compatibili. La globalizzazione digitale non si ritira: si riorganizza attorno a nuove gerarchie di accesso. In definitiva, l’Ai è passata dal rappresentare un ecosistema di innovazione privata al diventare un’infrastruttura della sovranità. La capacità di calcolo non è più un semplice componente tecnico, ma un attributo politico. Chi controlla i microchip, l’energia e il cloud determina la posizione di un Paese nella nuova economia cognitiva.
La geopolitica dell’AI
Già all’inizio dell’anno il report “The Geopolitics of AI: Decoding the New Global Operating System” del JPMorganChase Center for Geopolitics indicava come l’intelligenza artificiale non sia più soltanto una tecnologia abilitante. L’Ai è diventata il nuovo sistema operativo globale, una piattaforma invisibile ma pervasiva che ridefinisce catene del valore, rapporti di forza geopolitici, modelli industriali e assetti di sicurezza. Il mondo è entrato in una fase di competizione strutturale sull’AI, paragonabile per impatto alle grandi rivoluzioni industriali.
Il cuore della nuova geopolitica dell’intelligenza artificiale si è configurato fin dall’inizio come un nuovo capitolo dello scontro sistemico tra Stati Uniti e Cina. Washington e Pechino dominano la scena, ma seguendo traiettorie profondamente divergenti. Gli Stati Uniti puntano su un modello trainato dal settore privato, sull’eccellenza dei modelli di frontiera, su un’enorme capacità di attrarre capitali e talenti e su una crescente integrazione tra AI e apparato militare. La Cina, al contrario, sta costruendo un ecosistema fortemente guidato dallo Stato, orientato alla autosufficienza tecnologica, alla diffusione di massa dell’AI e alla promozione di soluzioni open source a basso costo.
Accanto al duopolio Usa-Cina, cresce il numero di Paesi che rivendicano una propria sovranità tecnologica. L’Europa è l’esempio più emblematico, con una strategia che combina regolazione, investimenti pubblici e ambizione industriale. L’AI Act rappresenta il tentativo più avanzato di definire regole comuni, basate su un approccio al rischio, che potrebbero trasformarsi in uno standard globale di fatto.
Bruxelles punta a ridurre la dipendenza dalle piattaforme extraeuropee, rafforzando infrastrutture di calcolo, accesso ai dati e capacità industriali. Ma la strada è complessa. La regolazione corre spesso più veloce dell’innovazione, e il rischio è quello di frenare la competitività proprio mentre Stati Uniti e Cina accelerano. Le tensioni transatlantiche sulle norme digitali e sugli standard AI mostrano come la governance tecnologica sia ormai un terreno di scontro geopolitico.
Europa, l’Italia si candida per le Gigafactory AI
In questa corsa globale al controllo dell’ecosistema dell’AI cui partecipa anche l’Unione europea, lo scorso maggio l’Italia si è candidata ufficialmente a ospitare una delle quattro gigafactory europee per l’intelligenza artificiale attraverso un consorzio di player industriali come Leonardo, Eni e la Fondazione di Torino. Lo ha annunciato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, durante la XXVIII edizione di Futuro Direzione Nord, la rassegna di convegni istituzionali promossa dalla Fondazione Stelline di Milano dal titolo “Prospettive in bilico” in corso presso Assolombarda. Il ministro, nel suo messaggio, ha sottolineato come questa tecnologia rappresenti “una leva strategica per la competitività industriale e il futuro del lavoro”, pur ribadendo la necessità di un approccio “antropocentrico, sicuro e inclusivo perché porti benefici reali”.
Secondo Urso, il nostro Paese si muove in un quadro di avanguardia normativa e infrastrutturale: “L’Italia è stata tra i primi paesi ad adottare una legge quadro coerente con l’AI Act europeo e ha definito i settori prioritari di applicazione nella Strategia nazionale 2024-2026”. Urso ha poi ricordato il primato italiano nel calcolo ad alte prestazioni, citando i supercomputer Leonardo del Cineca di Bologna, il Davinci-1 di Genova e l’Hpc6 di Eni a Pavia, oltre al finanziamento di “450 milioni di euro per il Fondo Artificial Intelligence di Cdp a sostegno dell’ecosistema italiano”.
Il titolare del Mimit ha tuttavia evidenziato la sfida legata al capitale umano: “permangono sfide concrete, in primis quella della formazione – ha spiegato – il 37% delle imprese segnala carenze di competenze. È prioritario quindi investire in questa direzione e rafforzare le alleanze tra università, Its, imprese e centri di ricerca”. In questo contesto, Urso ha citato l’operatività dell’Istituto di Intelligenza Artificiale per l’Industria a Torino e i progetti come “Italia Ai Factory” al Tecnopolo di Bologna.
Gigafactory AI, il piano dell’Europa
L’Europa ha deciso di scommettere sul proprio capitale tecnologico attraverso l’istituzione delle AI factories, centri nevralgici che integreranno potenza di calcolo, dati e talenti umani sotto l’egida dell’impresa comune EuroHpc.
Questa iniziativa non rappresenta soltanto un aggiornamento infrastrutturale, ma costituisce una vera e propria risposta strategica ai giganti tecnologici d’Oltreoceano e dell’Asia. La Commissione europea intende trasformare i supercomputer del continente in motori di innovazione per le piccole e medie imprese, offrendo loro le risorse necessarie per addestrare modelli di intelligenza artificiale di grandi dimensioni. Attraverso questa mossa, le istituzioni comunitarie puntano a creare un ecosistema aperto che possa sostenere lo sviluppo di soluzioni avanzate in settori critici come la sanità, l’energia e la sicurezza nazionale.
Il recente via libera del Consiglio getta le basi per una modifica sostanziale del regolamento EuroHpc, introducendo pilastri operativi che vanno oltre la semplice fornitura di hardware. Le AI factories agiranno infatti come hub multiservizio dove la potenza di calcolo incontra la disponibilità di dataset di alta qualità, elementi essenziali per lo sviluppo di algoritmi affidabili e performanti. L’obiettivo consiste nel garantire che la sovranità digitale europea non rimanga un concetto astratto ma si traduca in strumenti concreti per le startup locali. La Commissione Europea ha sottolineato che queste strutture saranno fondamentali per l’attuazione dell’AI act, garantendo che l’innovazione proceda di pari passo con i valori etici e normativi del continente. Gli investimenti previsti mobiliteranno risorse pubbliche e private per un valore complessivo che supera i due miliardi di euro, segnando un punto di svolta per l’economia digitale della regione.
Le nuove linee guida stabiliscono criteri rigorosi per l’assegnazione dei fondi e la gestione dei centri, che dovranno operare in stretta sinergia con i poli di innovazione digitale esistenti.
Le AI factories beneficeranno di un regime di accesso privilegiato per gli utenti che sviluppano modelli di intelligenza artificiale di portata generale, favorendo la nascita di campioni europei del software.








Partecipa alla community