LO STUDIO

Startup e unicorni, è l’innovazione il primo ingrediente del successo

La ricerca McKinsey & Company individua cinque “lezioni” che i grandi gruppi possono mutuare dalle aziende innovative che hanno vissuto percorsi di crescita impetuosa e dai venture capitalist. E al centro di tutto c’è la capacità di portare nuove tecnologie nei processi e nell’offerta

09 Nov 2022

Antonello Salerno

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Sono due le lezioni principali che le aziende “tradizionali” possono apprendere dalle startup che sono state capaci di trasformarsi in unicorni e dai venture capitalist: da una parte c’è la creazione di un board apposito per l’innovazione, composto da competenze diverse ed eterogenee, e dall’altra il riuscire a mettersi nei panni di un fondo di venture capital per capire quali siano le esigenze degli investitori quando guardano a una partnership o a una joint venture. E’ quanto emerge dallo studio di McKinsey & Company dal titolo “How to build a unicorn: Lessons from venture capitalists and start-ups”, che analizza i punti di forza delle startup unicorni, indagando un modello applicabile anche alle aziende già consolidate ed avviate, che possa attrarre investimenti e venture capital.

Le due lezioni principali

L’importanza del board per l’innovazione consiste nel fatto che sarà in grado di dare priorità agli investimenti in nuove iniziative in base all’agenda strategica di crescita di un’azienda. “Si tratta – spiega McKinsey – di organizzazioni attive che vanno ben oltre le revisioni e le approvazioni di base, e che sono più efficaci quando agiscono come veri e propri coach che possono mettere a disposizione la loro vasta esperienza”.

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Il secondo aspetto, come dicevamo, sta nel riuscire a capire che le società di capitale di rischio possono offrire vantaggi significativi a un’azienda già consolidata, ma insistono su una serie di requisiti importanti. “In primo luogo – sottolinea McKinsey – vogliono essere coinvolte fin dall’inizio, in modo da poter garantire, ad esempio, che il tasso di esecuzione rimanga entro limiti ragionevoli. Inoltre, potrebbero richiedere che i fondatori abbiano una partecipazione azionaria nella nuova azienda. Il venture capitalist cercherà anche di assicurarsi che nessun singolo investitore abbia una quota dominante nella nuova azienda e possa potenzialmente bloccarla in seguito per qualsiasi motivo”.

Il contesto della ricerca

McKinsey & Company delinea inoltre cinque ambiti in cui le aziende già avviate e consolidate avrebbero interesse a mutuare l’approccio tipico degli unicorni, cioè le startup con valutazioni che superino il miliardo di dollari,  e dei venture capitalist. “I venture capitalist alla ricerca di aziende con un potenziale da unicorno si pongono cinque domande chiave quando valutano i potenziali investimenti – spiega McKinsey – Di riflesso, anche i dirigenti delle aziende che cercano il sostegno di queste realtà per le loro nuove attività dovrebbero porsi i medesimi interrogativi”. Ecco di seguito i cinque punti fondamentali evidenziati da McKinsey.

L’esperienza e le reti dei team

Quando decidono di investire su un progetto i venture capitalist non guardano alle aziende, ma alle persone e ai team. Dalle loro esperienze emerge il fatto che le iniziative che ottengono più successo sono nel 75% dei casi il frutto del lavoro e dell’impegno di squadra di due o più persone, e che i team più performanti sono quelli che contano su set di competenze complementari, per il 40% tecnologiche, per il 25% in scienze naturali e per il 25% commerciali. McKinsey rileva inoltre che la formazione universitaria è centrale, dal momento che il 95% dei fondatori dei top100 unicorns ha completato una laurea, e che l’esperienza è altrettanto importante: oltre l’80% dei fondatori, infatti, ha acquisito esperienze prima di avviare la propria venture.

La valutazione del mercato di riferimento

Quando si pongono l’interrogativo se finanziare una nuova impresa, i venture capitalist si preoccupano di valutarne il potenziale, basandosi essenzialmente su due elementi: le dimensioni e i settori di appartenenza. Tecnologia, media e telecomunicazioni, industria e sanità, i settori cioè con ricavi annui superiori a 5.000 miliardi di dollari, rappresentano oggi quasi un terzo dei top100 unicorns. In secondo luogo l’analisi si basa sull’individuazione di una chiara opportunità di mercato: deve in altre parole verificarsi la condizione che i mercato offra un significativo potenziale di crescita per i nuovi operatori.

Scegliere i tempi giusti

La scelta di tempo è fondamentale quando si decide di lanciare sul mercato una nuova iniziativa o un nuovo progetto: una delle caratteristiche più importanti dei founder di un unicorno è il saper riconoscere per primi le tendenze, riuscendo ad agire di conseguenza e con tempestività. Questo renderà loro possibile costruire una posizione forte attorno alla propria idea e di crescere più rapidamente. Nel contempo, una caratteristica delle startup è di operare in una finestra temporale indicativa di due-tre anni: in questo contesto i venture capitalist devono avere l’abilità di capire il momento in cui un’azienda non è così avanti rispetto al mercato da fallire prima di avere un numero sufficiente di clienti, né così indietro da perdere l’opportunità di mercato a vantaggio dei concorrenti.

La scalabilità

Per poter crescere di scala un’azienda deve avere la capacità di passare dalla vendita e dal supporto di un centinaio di prodotti a un milione senza cedere, e per riuscirci l’ingrediente principale è spesso la tecnologia. “Quando valutano il potenziale di scala, gli investitori di capitale di rischio in genere vogliono confermare la capacità di un’azienda di operare in modo efficiente e stabile con milioni di clienti e migliaia di dipendenti, spesso crescendo a un ritmo rapido – spiega McKinsey – Per questo motivo, preferiscono il software all’hardware, che ha profili complessi di logistica, manutenzione e sviluppo. Se ben sviluppato e supportato, un software può scalare quasi istantaneamente”. Alcuni venture capitalist hanno team tecnologici dedicati – emerge dalla ricerca – che esaminano e valutano il profilo tecnologico di una start-up per garantirne la scalabilità. “Sono alla ricerca, ad esempio, di un elevato grado di automazione, in modo che i costi non aumentino con la crescita dei ricavi – sottolinea McKinsey – Per avere una base tecnologica pronta a scalare è necessario sviluppare uno stack tecnologico modulare costruito attorno a microservizi e Api che creino interfacce semplici e ben definite per dati, algoritmi e processi”.

Il percorso verso il profitto

Se da una parte, infine, le startup hanno bisogno di tempo per poter crescere, dal canto loro i venture capitalist vogliono accertarsi che non abbandonino il sentiero migliore per raggiungere il loro obiettivo. Tenendo presenti tre elementi principali: normalmente non si parte da un prodotto per trovarne il mercato, ma si parte dal mercato e dalle sue inadeguatezze per ideare il prodotto giusto. A dimostrare se l’idea è quella giusta è di solito proprio la risposta del mercato: gli investitori VC si aspettano che i ricavi delle nuove imprese crescano rapidamente. E infine, conclude McKinsey, “Sebbene sia tipico delle start-up registrare perdite nette significative nei primi anni, è essenziale un percorso chiaro verso il profitto”.

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