Sull'economia torna l'ottimismo, ma se il cavallo non beve? - CorCom

LA RIPRESA

Sull’economia torna l’ottimismo, ma se il cavallo non beve?

E’ tornato l’ottimismo ma la propensione delle imprese ad investire in Italia resta la variabile meno chiara. La pressione fiscale record il vero nodo per Renzi

05 Giu 2015

Edoardo Narduzzi

È tornato l’ottimismo sull’economia italiana. L’effetto Draghi ha iniziato a manifestarsi: cambio euro/dollaro vicino alla parità; tassi minimi record alle aste dei titoli di Stato; spread tra Btp e Bund tornato ai valori pre Lehman Brothers; credito bancario erogato alle migliori imprese a tassi da eurozona in tripla A grazie al Ltro della Bce.

La quasi totalità del merito va a Mario Draghi ed alla sua capacità di far digerire a Berlino un quantitative easing che i tedeschi non volevano.

Ma siamo proprio sicuri che il cavallo italiano sia intenzionato a bere? O meglio: che dopo la peggior recessione della storia repubblicana sia in grado di bere come in molti ritengono e sperano? Lo stato delle vere aspettative degli operatori economici italiani non è ancora noto. L’ottimismo è contenuto nelle dichiarazioni alte dei policy maker e degli attori della politica monetaria, mentre cosa stia concretamente accadendo a livello micro è molto meno intellegibile. Personalmente ritengo che solo una metà del pil italiano sappia e possa oggi bere alla fonte liquidità alimentata dalla Bce. Una parte dell’economia italiana, inutile far finta che non sia vero, è uscita spiazzata dalla recessione: marginale come offerta, inadeguata tecnologicamente, senza prodotti o servizi esportabili e con una qualità di conoscenza specialistica e capitale umano inadeguate per le sfide competitive attuali. Sono tante imprese zombie che non escono rapidamente dal mercato per i noti vizi del capitalismo italiano.

Poi c’è il cavallo che può bere. Si tratta delle imprese che hanno navigato la crisi investendo, andando all’estero a cercare le quote di mercato perse in Italia, che hanno investito in nuove tecnologie e nell’organizzazione per migliorare la produttività. È la parte dell’economia italiana che compete a testa alta e senza handicap nell’eurozona, salvo pagare il dazio della burocrazia terzomondista per qualità media dei servizi erogati con la quale è costretta a convivere. Come investirà la liquidità questo mezzo cavallo? È alta la probabilità che lo faccia all’estero, in attesa di comprendere meglio come si dispiegherà la ripresa prima di decidere nuovi investimenti. Proprio la propensione ad investire in Italia delle imprese con potenzialità di crescita rimane la variabile meno chiara. Incentivi a farlo, stante una domanda ancora debole ed una pressione fiscale record e non competitiva per rendimento netto del capitale investito, non ne hanno. Ora tocca a Renzi ridurre la spesa corrente pubblica e, conseguentemente, le tasse. Altrimenti il cavallo in Italia non berrà.

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