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“Tassare Google? Meglio l’alleanza Stato-Ott”

L’analisi di Pier Domenico Garrone, fondatore del ilcomunicatoreitaliano.it: “Solo in questo modo si potrà dare una spinta all’economia digitale del Paese”

26 Giu 2015

Pier Domenico Garrone, ilcomunicatoreitaliano.it

Ci pare sia giunto il momento di intervenire con determinazione. Citiamo tutti Google per semplificare le Ott. Alibi e successo migliore agli azionisti di Google non era possibile augurare. Proviamo a resettare e a ripartire dalla domanda base. Perché l’Italia deve tassare Google ma soprattutto perché tassare? La logica giusta della tassazione, vigente ma del ‘900 , è ancorata al sano equo principio della partecipazione ai costi sociali dello Stato, dal welfare alle infrastrutture, per la sua funzione terza e di imparziale regolatore votato a combattere la marginalizzazione come riportato , ad esempio, nel contratto di servizio con Telecom e con la Rai.

Hal Varian (Chief Economist at Google, Professore Emerito presso l’Università di Berkeley) nel recente incontro Astrid ha rappresentato, in un dibattito sulla regolazione dei mercati, sistema fiscale, il valore sociale dei modelli di business che producono servizi digitali di interesse generale tanto da renderli indispensabili nella vita professionale e personale e a costo zero se non minimo per il Cittadino(?). Vero è che le norme le deve scrivere lo Stato come la dottrina ricorda, ma altrettanto vero è che esiste un tempo limite oltre il quale lo Stato quando non decide rischia di essere percepito complice e corrotto e si crea una iniquità o peggio una manifesta ingiustizia che oggi si misura nei quotidiani fallimenti delle aziende italiane non agevolate nella conversione digitale delle competenze , dei propri modelli di business, nella migrazione all’estero non solo della “autorizzata” Fca ma purtroppo di generazioni di cittadini in cerca di luoghi sereni dove poter cimentare il proprio talento, dove poter rischiare senza la paura di una arretrata e penalizzante Centrale Rischi della Banca d’Italia. Un impatto nella libertà di informazione è il differente trattamento fiscale nella raccolta pubblicitaria tra i media.

L’intuizione del prof. Franco Bassanini di portare con il dibattito aperto in Astrid “a specchio” la situazione ci impone , come è il tratto de Il Comunicatore Italiano, di giungere ad una praticabile , concreta proposta alternativa. La nostra proposta, aperta sempre, nasce dall’obiettivo di evidenziare il fattore “Tempo” che sta fatturando in Italia, come ricorda da oltre 10 anni qualsiasi rilevazione Ocse/Onu/Ue, fallimenti digitali più che Crescita sociale .

L’economia digitale ha introdotto la vantaggiosa condizione “zero confini ” , la web reputation quale oggettivo rating sociale del sistema mercato evolutosi in sistema partecipativo, modelli economici e finanziari pensati per includere e valorizzare applicazioni per la soddisfazione dei nuovi comportamenti sociali o meglio degli attuali emergenti comportamenti sociali. Lo Stato Italia non ha risorse per assolvere adeguatamente al dovere del diritto di ogni Cittadino, ovunque risieda, di essere incluso nella Crescita Digitale e ha reiterati sbandamenti strategici come la storia dell’Agenzia Digitale riprova. Inoltre la rottamazione e le ruspe non hanno scalfito una burocrazia diametralmente opposta all’esigenza competitiva .

Due esempi concreti del Pubblico dai Territori che dovrebbe dimostrare più vicinanza alla domanda digitale del Cittadino. Ad Alessandria , l’Amministrazione Provinciale aveva affidato alla società Energia & Territorio il progetto di infrastrutturazione per la banda larga. Risultato: fallita. A Verona, invece, il documento “Cottarelli” del Governo riporta a triste evidenza l’esistenza di una altra azienda che avrebbe dovuto godere del vantaggio competitivo nell’epoca della Crescita Digitale, il Gruppo Infracom s.p.a., che,per ora, ha il solo record di cambio amministratori delegati , 6 in quasi 6 anni.

Esempi a partecipazione pubblica che i dati di Mercato provano non aver rappresentato modelli di riferimento, pur dotati di infrastrutture e risorse, per la crescita sociale ed economica dei rispettivi Territori dove le imprese sono state costrette a trovare altrove soluzioni , prodotti , competenze per la propria domanda di competitività. Vedi, sempre a Verona, la crisi tecnologica che ha colpito il settore termomeccanica per assenza di un interlocutore competente ad aiutare la trasformazione dei prodotti da proporre nel mercato dell’internet delle cose. Manca l’Industria Digitale Italiana.

Ampiamente superato il tempo di attesa, viste le prove negative di tassazione in Francia ed in altri Paesi, proponiamo di abbandonare la visione della tassazione alle Ott per una innovativa, da approfondire sicuramente ma necessaria per la stabilità sociale dei Territori, soluzione partecipativa tra lo Stato e le Ott. Entrambi hanno un unico condivisibile obiettivo: l’inclusione, urgente, digitale di Persone e Cose. Ogni Persona connessa costa meno allo Stato e socialmente è attiva anche per Google. Questa proposta punta, da subito, anche a rendere netta e trasparente la separazione del ruolo sovrano dello Stato e del suo sistema democratico dal ruolo impresa commerciale digitale di Google e di ogni Ott.

Prossimamente occorrerà parlare di spostamento delle masse monetarie e della GeoEconomia Digitale. Come concretizzare con le Ott, a partire da Google, questo risultato? Per la realizzazione di infrastrutture per la connessione, per la sicurezza, per la ricerca di proprietà esclusiva dello Stato alfine di ottemperare alle responsabilità ed alle attività digitali del Sistema Paese e per la conversione digitale del sistema produttivo si propone di vincolare quote di investimento concordate proporzionali al business realizzato in Italia delle Ott.

Creare un sistema partecipativo di intervento che superi la visione manifestamente irrisolvibile e comunque in ritardo e penalizzante di un confronto “Parte/Controparte”. Oggi la realtà presenta già uno Stato snaturato nell’economia digitale per sua impotenza normativa , infrastrutturale e ignoranza burocratica e quindi ad alto rischio di influenza lobbistica se non di corruzione.

Il “campionato” in corso vede più protagonisti in campo e solo il primo ,”Google”, investe €.3,5 miliardi in Ue solo per attività di lobby.L’Italia ha realizzato una web reputation internazionale non gestita da nessuno e macchiata dalle vicende Expo e dal “metodo mafia capitale” che certo non ci tranquillizza sulla impermeabilità del decisore pubblico. Un no delle Ott sarebbe inspiegabile perché siamo e restiamo un ottimo mercato solo in forte ritardo e che sta scivolando altrimenti verso una colonizzazione contraria alla nostra Storia creativa.

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