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IL BRACCIO DI FERRO

Tasse, Amazon si arrende alla Ue: addio ai paradisi fiscali

La società di e-commerce pagherà le imposte nei singoli Paesi in cui opera anziché far riferimento alla controllata in Lussemburgo. Le altre aziende Usa potrebbero dover fare altrettanto

25 Mag 2015

Patrizia Licata

Amazon cambia il sistema con cui paga le tasse in Europa, piegandosi alle pressioni di tanti governi europei nonché dell’esecutivo dell’Ue contro i sistemi fiscali agevolati basati su accordi con alcuni paesi europei particolarmente generosi con i gruppi internazionali e su complesse strutture di controllate dove confluiscono i guadagni. Il New York Times la definisce una prima vittoria dell’Europa nella “guerra in corso” tra il nostro continente e le tech companies americane e una mossa, da parte di Amazon, che rischia di aumentare la pressione sulle altre aziende a stelle e strisce, che potrebbero trovarsi costrette a seguire le sue orme.

Il colosso del commercio elettronico comincerà infatti a pagare le tasse nei singoli paesi europei dove opera, e non più a incanalare, come ha fatto finora, i proventi delle sue vendite attraverso la controllata in Lussemburgo, dove Amazon, come diversi altri gruppi internazionali dell’hitech, ha stabilito la sua sede europea, garantendosi un regime fiscale vantaggioso.

Diversi paesi europei hanno attaccato le strategie dei colossi americani – non solo Amazon, ma anche Google o Apple – e le loro complicate strutture di società controllate che permettono di abbattere notevolmente le tasse che pagano nei singoli paesi europei in cui sono attive e di ricadere nei regimi fiscali dei “paradisi”.

Anche la Commissione europea ha preso di mira queste pratiche e messo sotto inchiesta in particolare gli accordi negoziati da Apple e Amazon con i paesi Ue in cui hanno stabilito la sede (rispettivamente, Irlanda e Lussemburgo) per capire se tali accordi equivalgono ad aiuti statali illegittimi, in quanto creano per loro uno sleale vantaggio competitivo, grazie a significativi sgravi fiscali.

Questo mese Amazon ha reso noto di aver cominciato a riportare le revenues che genera dalle attività in Gran Bretagna, Germania, Italia e Spagna. Fornendo il dettaglio dei guadagni in questi singoli paesi europei, il colosso americano dell’e-commerce diventa suscettibile di maggiori imposte in queste nazioni, anche se potrebbe ancora riuscire a ridurre il suo carico fiscale tramiti complessi meccanismi di contabilità.

Amazon ha riportato una crescita del 14% delle sue revenue europee a 13,6 miliardi di euro nel 2013 (l’anno più recente per il quale sia disponible questo dato).

“Modifichiamo continuamente la struttura del nostro business per poter servire al meglio i nostri clienti”, ha fatto sapere Amazon aggiungendo che i cambiamenti nel modo di rendere noto il fatturato delle attività europee sono stati avviati già due anni fa e non dipenderebbero dalle pressioni dei politici europei sulle tech companies americane perché paghino le tasse in misura proporzionale al business che generano nel Vecchio Continente.

Tuttavia i cambiamenti ora ufficialmente comunicati secondo il New York Times sono destinati ad aumentare la pressione sulle altre tech companies statunitensi che incanalano la maggior parte dei loro guadagni europei in paesi con regimi fiscali molto favorevoli, dall’Irlanda ai Paesi Bassi. In Uk, il ministro delle Finanze George Osborne ha già ottenuto l’entrata in vigore della cosiddetta Google Tax, che impone un prelievo del 25% sui profitti inglesi di alcune aziende internazionali, mentre l’Irlanda ha annunciato l’anno scorso una modifica alla sua legge che permette il sistema di chiamato “Double Irish”, molto usato dalle tech companies per ridurre le tasse che pagano sulle attività internazionali e che sarà gradualmente vietato.

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