Tegola su Apple, incriminato per corruzione il capo della Security - CorCom

IL CASO

Tegola su Apple, incriminato per corruzione il capo della Security

Secondo le accuse dei pubblici ministeri, Thomas Moyer avrebbe promesso una donazione di 200 iPad all’ufficio dello sceriffo di Santa Clara in cambio di quattro permessi per detenere armi

24 Nov 2020

Domenico Aliperto

Il capo della sicurezza di Apple è stato incriminato con l’accusa di corruzione: i pubblici ministeri sostengono che il manager, Thomas Moyer, 50 anni, avrebbe promesso una donazione di 200 iPad all’ufficio dello sceriffo della contea di Santa Clara per ottenere quattro permessi per detenere armi nascoste a disposizione dei dipendenti. Stando a quanto riportato da Reuters, l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Santa Clara ha dichiarato che un gran giurì ha incriminato Moyer e due collaboratori dell’ufficio dello sceriffo.

Il caso all’interno di un’indagine più estesa

Gli ufficiali sono stati accusati di sollecitazione di tangenti per aver rilasciato porti d’armi non dichiarati. Portare armi da fuoco nascoste in California è illegale senza permesso, e gli sceriffi della contea hanno ampia discrezionalità sul loro rilascio.

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Le accuse sono arrivate nel mezzo di un’indagine sulla corruzione che sta facendo luce sui contributi alla campagna di rielezione dello sceriffo Laurie Smith del 2018, che per l’appunto sarebbero stati scambiati con permessi per armi nascoste, un caso che inizialmente non aveva coinvolto Apple.

L’avvocato di Moyer, Ed Swanson, ha dichiarato l’innocenza del proprio assistito, mentre Apple ha affermato di aver condotto le proprie indagini e di non aver riscontrato alcun illecito. Swanson ha precisato che Moyer aveva richiesto permessi di armi per alcuni membri del personale di sicurezza Apple per proteggere dirigenti e dipendenti dopo le sparatorie ad altre aziende tecnologiche della Silicon Valley. “Hanno seguito la procedura seguendo tutti i passaggi imposti dalla legge”, ha detto l’avvocato riguardo alle domande di autorizzazione, aggiungendo che la donazione dell’iPad non era collegata ai permessi. “Non c’era nessuna bustarella, nessun quid pro quo”.

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