Telelavoro, la PA si dia un piano

Italia al palo. Importante il ruolo dell’Agid: necessarie attività di formazione. Si può imparare dalle best practice ma anche dai flop per evitare “recidive” di errori

04 Gen 2014

Marco Vari, docente di Telecomunicazioni Unicersità Roma Tor Vergata

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Il telelavoro, basilare forma di “smart work”, è entrato a far parte dell’Agenda digitale italiana che pertanto ne diviene uno dei principali agenti della sua indispensabile promozione, soprattutto nell’ambito della Pubblica amministrazione.

A questo proposito l’art.9, comma 7 della legge 221 del 17/12/2012 che ha convertito il Decreto Crescita 2.0, prevede che “entro il 31 marzo di ogni anno, le amministrazioni pubbliche (…) pubblicano nel proprio sito web, gli obiettivi di accessibilità per l’anno corrente e lo stato di attuazione del piano per l’utilizzo del telelavoro nella propria organizzazione, in cui identificano le modalità di realizzazione e le eventuali attività per cui non è possibile l’utilizzo del telelavoro (…)”.

Agcom nel mese di gennaio 2012, nella consapevolezza del ritardo dell’Italia a realizzare parte degli obiettivi dell’Agenda digitale europea, ha predisposto un documento con proposte al Governo denominato “Segnalazione al Governo in tema di liberalizzazioni e crescita: un’agenda digitale per l’ltalia”. Va notato che il documento non trascura di individuare nel telelavoro uno degli strumenti a cui ricorrere per i notevoli benefici in termini di flessibilità, di riduzione dei costi operativi e aumento della qualità della vita. Richiamando uno studio del 2010 di Confindustria “Progetto ltalia Digitale” e il rapporto “Network developments in support of innovotion and user needs” del 2009 dell’Ocse, Agcom ricorda che il telelavoro in Italia può generare a regime risparmi stimabili nell’ordine di 2 miliardi di euro all’anno.

Nei mesi successivi il Governo ha effettivamente avviato i lavori della Cabina di regia che era stata suggerita proprio nel documento Agcom, lavori che hanno poi condotto alla redazione e approvazione del “Decreto Crescita 2.0” e alla contestuale previsione di avvio dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Con questo contesto normativo favorevole, le amministrazioni pubbliche avranno così l’occasione per riorganizzarsi verso forme di lavoro orientate agli obiettivi e ai risultati e non meramente misurate in termini di ore di presenza sul luogo di lavoro. Tuttavia questo nuovo approccio culturale nel mondo del lavoro potrà farsi largo solo se opportunamente stimolato e aiutato.

In effetti in uno studio dell’Università di Tor Vergata del 2013 su alcune esperienze di telelavoro nelle PA si evidenziano alcune contrapposizioni ed una in particolare divide le Amministrazioni in due categorie: quelle che hanno piena consapevolezza delle opportunità e dei benefici offerti dal telelavoro e quelle che invece ancora lo percepiscono solo come una soluzione per integrare persone diversamente abili. Non solo: a completamento di questa indagine ed in collaborazione con Federmanager Roma, sono stati somministrati 36 questionari sul telelavoro ad alcune PA del Lazio, ottenendo dopo mesi di solleciti mirati tre risposte. Questi dati non possono che evidenziare la scarsa comprensione e sensibilità della PA sui temi del telelavoro.

Affinché il telelavoro divenga una realtà anche in Italia occorre quindi che l’Agid svolga un ruolo attivo nella sua promozione, anche attraverso lo strumento della formazione. La pubblicazione dei piani per l’utilizzo del telelavoro, avvenuta nei primi mesi dell’anno in corso, rappresenta già un “patrimonio” che potrebbe fornire utili indicazioni sugli strumenti adatti ad inserire nei meccanismi operativi una serie di “buone pratiche”, acquisite dall’esperienza sul campo. Ma anche le esperienze che non hanno dato frutti potrebbero insegnare molto se debitamente studiate per trarre vantaggio dagli errori commessi e dalle difficoltà incontrate.

In questo senso sarebbe indispensabile identificare i casi di successo e portarli all’attenzione generale, anche escogitando qualche elemento premiale e incentivante per le amministrazioni più virtuose.

Ciò che in ogni caso non andrebbe consentito è che la redazione dei “piani” divenga un mero esercizio formale, burocraticamente gestito, al solo fine di fornire un elemento fittizio per contribuire alla “misurazione e valutazione della performance individuale dei dirigenti responsabili”, cosa di cui la Pubblica amministrazione non ha bisogno e da cui non può trarre alcun reale beneficio.