L'EDITORIALE

Tlc e digitale, il 2023 sarà l’anno della svolta industriale?

Dal dossier Tim dipenderà gran parte del futuro del settore delle telecomunicazioni, strettamente connesso alla partita della digitalizzazione di cui la banda ultralarga rappresenta il pilastro portante. Una rete nazionale a controllo pubblico un deciso e decisivo cambio di passo. Ma non basta: è sulla questione delle tariffe e dei costi che bisognerà intervenire per riequilibrare il mercato ed evitare il patatrac

Pubblicato il 02 Gen 2023

Mila Fiordalisi

Direttore

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Il 2023 sarà l’anno della svolta industriale per il settore delle telecomunicazioni in Italia? La strada sembra tracciata ma fra il dire e il fare è il fattore “tempo” a far risuonare il campanello di allarme. Il principale dossier sul tavolo del Governo è il dossier Tim legato a doppio filo con quello Open Fiber: la rete unica si farà davvero? Le due aziende sono destinate a incrociare i propri destini? E se sì quando? C’è il rischio di perdere sinergie da sovrapposizione a partire dal 2025-2026. Dunque, bisognerà accelerare se non si vorrà rischiare di mandare in fumo mesi e mesi di interlocuzioni.

La rete nazionale e la “nuova” Tim

Da quel che ne sarà di Tim dipende tutta la strategia Paese in materia di banda ultralarga e di conseguenza di digitalizzazione dell’Italia.  Una rete nazionale a controllo pubblico rappresenta un deciso e decisivo cambio di passo per il Paese e per l’azienda: In particolare il 14 febbraio 2023 si riunirà il consiglio di amministrazione per l’esame dei dati preconsuntivi 2022 e del piano industriale 2023-2025, prima ancora che sia trovata una quadra sul piano strategico 2021-2023 che punta alla creazione di Netco e ServCo, le due costole da cui dipende la nuova impalcatura del business e anche del debito.

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Evitare un nuovo caso Alitalia

Determinante la questione occupazionale: migliaia i dipendenti in ballo e bisognerà evitare assolutamente un nuovo “caso Alitalia” – il principale timore dei sindacati di settore. Un caso Alitalia che potrebbe estendersi a macchia d’olio a tutti gli altri operatori. Nel 2010 gli operatori hanno generato 10,5 miliardi di euro di cassa, valore sceso nel 2021 a 1,1 miliardi di euro, il più basso di sempre. E dal 2010 gli operatori hanno investito circa 79 miliardi di euro, valore assoluto e in percentuale sui ricavi, superiore a quello degli investimenti in reti di distribuzione e trasporto per altri servizi di pubblico interesse – evidenzia l’Asstel secondo cui considerando anche gli investimenti per l’acquisto e il rinnovo delle licenze (solo per quelle 5G sono stati investiti 6,5 miliardi di euro) il valore complessivo dal 2010 supera i 90 miliardi. Il tutto, dunque, a fronte di una dinamica dei ricavi e dei margini in decisiva controtendenza.

La guerra dei prezzi principale spina nel fianco

La guerra dei prezzi resta la principale spina nel fianco: come evidenziato dal Presidente di Digital360, Andrea Rangone, in occasione di Telco per l’Italia, il fenomeno non solo italiano ma perlopiù italiano è anche segno anche della mancanza di visione e coraggio manageriale. “Ci troviamo ogni anno a fare il punto della situazione e ogni anno siamo allo stesso punto. Il quadro è allarmante, non ci si sta rendendo conto di quel che potrebbe accadere ormai a breve termine, ossia una capacità sempre minore di generare cassa”.

Il ruolo dell’Agcom

Servirà un intervento incisivo a livello anche di autorithy, alias di Agcom? Gli operatori aumenteranno i prezzi dei piani tariffari sull’onda del generale aumento dei prezzi innescato dalla crisi macroeconomica e dell’inflazione crescente? E quale ruolo giocherà il Governo?

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