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L'INTERVISTA

Tomassini: “L’innovazione è inarrestabile. Chi si ostina nella conservazione è perdente”

L’Italia è un Paese dalle grandi opportunità ma anche il ricettacolo ideale per alcune nicchie che si contrappongono storicamente a ogni cambiamento. Serve un reale shock culturale. L’intervista al Presidente e Ad di Vetrya

15 Gen 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

Chi si ostina nella conservazione compromette se stesso: l’innovazione è inarrestabile, dunque il conservatore sarà comunque condannato a fare i conti con un panorama radicalmente diverso, a cui sarà giocoforza adattarsi, in maniera a quel punto decisamente più traumatica”. È una visione che non lascia molto spazio alle interpretazioni quella di Luca Tomassini, Presidente e Amministratore Delegato di Vetrya, azienda che in pochi hanno ha saputo affermarsi nel panorama nazionale e internazionale. Una visione messa nero su bianco ed ampiamente argomentata nel nuovo libro “L’innovazione non chiede permesso- Costruire il domani digitale” (edito da Franco Angeli) che esorta all’azione senza se e senza ma.

L’innovazione non chiede permesso. Un titolo che dà chiara l’idea di quanto l’innovazione sia dirompente e di quanto sia difficile, praticamente impossibile, arrestarne l’evoluzione. Eppure la “resistenza” all’innovazione resta uno dei grandi ostacoli sul cammino soprattutto nel nostro Paese. Siamo destinati a non farcela?

L’Italia è un Paese straordinario, dalle enormi potenzialità, ma è anche il ricettacolo ideale per alcune nicchie di conservazione che si contrappongono storicamente a ogni cambiamento. Questo non vale solo per l’innovazione tecnologica, ma anche per quella organizzativa, sociale e persino culturale: la stessa storia tuttavia ci ha mostrato che in ognuno di questi casi le resistenze sono state costrette a cedere il passo a paradigmi nuovi. A mio modo di vedere, e lo ripeto da tempo, per creare un ecosistema per l’innovazione in Italia occorre un reale shock culturale. Se legge le classifiche che misurano il grado di innovazione, siamo decisamente messi male. E per un Paese che negli ultimi 30 anni ha sviluppato le più importati innovazioni che hanno cambiato il mondo (mp3, accelerometro 3D, microchip, ecc…) questo non va bene. E la cosa più grave è che queste innovazioni sono state pensate in Italia e sviluppate fuori dall’Italia, proprio perché non esiste un ecosistema per l’innovazione. Ogni giorno si svolgono convegni, hackathons e competizioni per startup che danno “l’illusione” di aiutare ottimi giovani con grandi idee a promuovere progetti d’impresa che poi restano “lettera morta” e appannaggio di piccoli gruppi di addetti ai lavori, che spesso non hanno mai investito un euro dei propri quattrini in un’impresa innovativa, ma si sentono stracool a blaterare di “ecosistemi digitali”.

Dunque siamo all’anno zero?

Altro che anno zero. Nel nostro Paese non esiste una vera cultura dell’assunzione di rischio, connaturato all’investimento in imprese. Assumere rischi è parte dell’atto stesso di investire.

Quali sono, secondo lei, le priorità che governo e istituzioni dovrebbero mettere nell’agenda 2019 affinché si possa dare una spinta all’innovazione italiana?

La risposta diretta è: digitale e reti di telecomunicazioni ultrabroadband. Quella indiretta è naturalmente quella di sostenere le imprese. Mi capita spesso di affermare che gli imprenditori sono eroi: lo penso davvero, perché ho sperimentato sulla mia pelle cosa significhi fare impresa. Appoggiare le imprese con tutti gli strumenti possibili è la strada maestra non solo per creare posti di lavoro e per riaffermare il ruolo fondamentale del nostro paese nella comunità industriale internazionale, ma anche per incoraggiare gli imprenditori a spingersi ancora oltre, esplorando nuove strade anche nell’adozione delle tecnologie.

Lei è un esperto del settore nonché un imprenditore dell’innovazione: il digitale migliora sempre la vita dell’impresa? O può anche complicarla duplicando persino le incombenze?

L’adozione del digitale va pensata come una sorta di una curva: nella fase iniziale la strada è tutta in salita, perché i sistemi obsoleti vanno ripensati, le organizzazioni vanno ridisegnate, le competenze vanno  aggiornate. L’impressione di duplicazione, e la fatica che ne deriva, sono tipiche di questa prima fase della trasformazione digitale, che tuttavia se affrontata con efficacia mette capo a un’inversione di tendenza: allora comincia la discesa, e la potenza dell’innovazione per semplificare la vita delle aziende appare in tutta la sua evidenza.

Blockchain e AI sono indicate dai più come le imminenti rivoluzioni. Il governo giallo-verde ci crede e ha già creato due task force dedicate: siamo sulla giusta strada?

Più che di rivoluzioni, parlerei di treni già in corsa, a cui bisogna assolutamente aggrapparsi prima che prendano troppa velocità: solo per fare un esempio, di intelligenza artificiale si parla ormai da più di 50 anni, e nel mio gruppo, da tempo lavoriamo regolarmente con l’AI . Sono convinto che gli esperti coinvolti nelle due task force, tra le quali molti professionisti che conosco e stimo, e molte figure pubbliche con cui ho condiviso iniziative oltre che prospettive sul futuro, saranno in grado di assolvere al meglio al compito di agganciare il treno e assicurare al sistema Italia un posto dignitoso a bordo.

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