Transizione 4.0, Confindustria Digitale: “Chiudere divari Nord-Sud e piccole-grandi imprese” - CorCom

RECOVERY PLAN

Transizione 4.0, Confindustria Digitale: “Chiudere divari Nord-Sud e piccole-grandi imprese”

Le proposte del Presidente Cesare Avenia e del vice presidente Marco Gay. Focus sulla creazione degli ecosistemi, sulla connettività e sulle startup. E bisognerà anche aggiustare il tiro delle risorse

14 Apr 2021

Mila Fiordalisi

Direttore

Dopo anni di sottovalutazione dell’importanza della trasformazione digitale, di mancati investimenti nell’innovazione e di conseguenza anni di mancata crescita economica, il digitale è diventato l’asse strategico intorno a cui ruotano tutti i programmi per la ripresa del Paese. È un’opportunità storica che impegna risorse rilevanti e impone una seria riflessione su quali siano gli obiettivi che vogliamo raggiungere e sul come farlo per assicurare il successo del Pnrr”: Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale delinea la roadmap in vista dell’approvazione del Recovery Plan da parte del Governo Draghi.

Abbattere il divario Nord-Sud e piccole-grandi imprese

Due secondo Avenia i macro obiettivi a cui bisogna puntare: recuperare in tempi più rapidi possibili i ritardi d’innovazione digitale accumulati in questi anni; creare nuove condizioni strutturali per rilanciare la crescita in una chiave digitale e sostenibile, in coerenza con gli obiettivi del programma europeo Next generation EU.

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Il Presidente di Confindustria Digitale evidenzia però alcune criticità, a partire dai “forti squilibri territoriali e organizzativi, riconducibili a due macro divari digitali interni, il digital divide Nord-Sud e quello piccole-grandi imprese”. “Superare questi divari significa in realtà affrontare due nodi strutturali – l’arretratezza dei processi di sviluppo nelle regioni meridionali, la frammentazione del tessuto produttivo italiano – divenuti nel tempo e nel confronto competitivo con il nuovo ciclo economico mondiale basato sull’innovazione, veri e propri freni ai processi di modernizzazione e crescita del Paese”. E non bisogna ignorare o sottostimare la situazione, sottolinea Avenia: “Dalla loro risoluzione dipenderà in gran parte il successo del Pnrr che deve introdurre un forte segnale di discontinuità con il passato scommettendo sul recupero del Sud e sull’evoluzione tecnologica e organizzativa delle Pmi”.

E “per la rilevanza del divario digitale Nord-Sud, tutta l’impostazione del Pnrr andrebbe declinata per il Sud, che deve ottenere un’attenzione di natura straordinaria esplicitata nelle sei missioni in cui il Piano stesso è suddiviso”.

Cambio di paradigma verso gli ecosistemi territoriali

Il Piano Transizione 4.0 ha avuto successo solo in parte: “si è raggiunta una platea ancora molto ristretta di imprese”, evidenzia Avenia. “Accanto ai molti casi di eccellenza, frutto soprattutto dell’iniziativa di grandi imprese e della dinamicità delle medie imprese, vi è la larga maggioranza di piccole e micro aziende che continuano ad avere grosse difficoltà ad accedere alle competenze, alle tecnologie e agli investimenti necessari per introdurre l’innovazione in azienda”.

È necessario dunque un cambio di paradigma che ponga l’innovazione digitale al centro della creazione di condizioni strutturali nuove per l’attività d’impresa manifatturiera e dei servizi “ovvero progetti di ecosistemi territoriali digitalizzati in cui coesistono e collaborano i fattori propulsori dell’innovazione, dalla connettività di ultima generazione fissa e mobile alla disponibilità di competenze tecniche degli Its e universitarie, dai centri di ricerca, formazione e trasferimento tecnologico, alle partnership con grandi imprese e start up, dalla digitalizzazione di distretti e filiere a servizi pubblici efficaci e procedure semplificate”. Determinante la questione risorse: “Abbiamo sottolineato la necessità di incremento dei fondi per completare la rete banda ultra larga, passando dai 2 miliardi di euro previsti ad almeno 10 miliardi, con la proposta di completare e rafforzare Transizione 4.0 con una misura per la digitalizzazione del sistema produttivo mediante tecnologie ultra-broadband.

 Startup, Marco Gay: “Troppe differenze fra Italia e altri Paesi”

Accende i riflettori sulle startup Marco Gay, vice presidente di Confindustria digitale e presidente Anitec-Assinform, che in audizione alla Camera sulla proposte di legge relativa alla promozione delle start-up e delle piccole e medie imprese ha evidenziato che “restano evidenti difficoltà di accesso al mercato dei capitali in flessione a doppia cifra in confronto allo stesso periodo del 2019” e ci sono ancora “molti ostacoli” alla crescita delle start-up e delle pmi innovative nel nostro paese. Durante l’emergenza del Coronavirus, segnala Gay, “il 58% delle start-up ha aumentato il personale, il 32% ha aumentato le domande e il 27% ha aumentato i ricavi”, e in Italia il numero delle società di investimenti tra il 2015 e il 2019 è cresciuto “da 89 a 101 milioni, e l’ammontare di investimenti da 100 milioni a 300 milioni, per un totale, nel periodo, di 1 miliardo”, ma ancora c’è una “differenza marcata” tra il nostro paese e gli altri.

Confindustria digitale guarda “con estremo favore” alla proposta di legge, ma chiede di “rafforzare” gli interventi per “ridurre la frammentazione della catena del valore in Italia, compreso l’accompagnamento delle imprese ai mercati esteri, includere sul credito di imposta la ricerca e innovazione aumentando le aliquote e i massimali previsti”. Dal punto di vista amministrativo-burocratico, spiega Gay, bisogna assicurare al mondo delle imprese “la massima semplificazione possibile ricorrendo al digitale come alleato”. Inoltre, “ad oggi i vincoli per richiedere lo status di incubatore digitali certificati risultano essere maggiori dei pochi benefici connessi”.

Smart Manufacturing, Deloitte: 6 aziende italiane su 10 hanno continuato a investire

Durante la pandemia il 63% delle imprese non solo non ha interrotto i flussi di capitali a supporto dei progetti di Smart Manufacturing, ma li sta accelerando dedicando in media più di 1/3 del factory budget. È quanto emerge dal report di Deloitte “L’importanza di un approccio ecosistemico alle iniziative di Industry 4.0 – una fotografia del settore manifatturiero italiano”. Le nostre aziende eccellono, riuscendo a gestire su ampia scala le iniziative di Industria 4.0 e dimostrando un grado di maturità maggiore rispetto ad altre geografie: l’automatizzazione di magazzini e centri di distribuzione (57%), l’uso di sensori in grado di rilevare la qualità di un prodotto/processo aziendale (53%) e prodotti smart e interconnessi grazie a tecnologie IoT (40%).

Secondo i risultati dell’indagine le aziende italiane partecipano a ecosistemi produttivi in ambito smart-manufacturing prima di tutto per migliorare il proprio time-to-market (34%), sviluppare nuovi canali o mercati (29%) e migliorare la propria capacità innovativa (26%). Una potenziale riduzione dei costi, sebbene rappresenti un aspetto molto rilevante e generi benefici non trascurabili – specialmente in un contesto quale quello che le aziende stanno attraversando a causa delle conseguenze della pandemia – non è però la determinante principale della costituzione di un ecosistema (14%).

Ma la maturità dichiarata dalle aziende manifatturiere italiane è quasi sempre inferiore rispetto a quella che le loro azioni e strategie lascerebbero intendere. Alla richiesta di esaminare lo stato attuale di maturità dei loro ecosistemi, solo tra il 7% e il 47% dei leader aziendali intervistati si è classificato a un livello di maturità di 4 o 5 su 5 per ciascuna delle caratteristiche identificate. Il divario esistente rispetto all’importanza di ciascuna caratteristica suggerisce che, mentre le aziende hanno sviluppato connessioni esterne a supporto dei loro sforzi in ambito Industry 4.0, queste non sono ancora sufficienti per poter parlare di un totale approccio ecosistemico.

Il modesto livello di maturità delle aziende manifatturiere italiane si riflette anche nella tipologia di ecosistemi che si vanno creando e diffondendosi. Ad oggi, il 93% delle aziende in Italia ha dichiarato di concentrarsi sullo sviluppo di ecosistemi produttivi, cioè quelli il cui fine ultimo è garantire attraverso l’adozione di opportune soluzioni tecnologiche un ottimale utilizzo della capacità produttiva installata. Altri ecosistemi, fra cui quelli riconducibili alla supply-chain (33%) e ai talenti (27%) sono oggi solo meno ricercati, non meno importanti.

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