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Twitter, Musk chiude la sede di Bruxelles. Preoccupazione dalla Ue

Licenziati i sei dipendenti della struttura operativa come raccordo politico fondamentale con le istituzioni europee. Via anche alla spending review in azienda: stop al pagamento a viaggi e benefit e al pagamento di alcune fatture dei fornitori. In vista un’amnistia per gli account sospesi

24 Nov 2022

Federica Meta

Giornalista

musk twitter

La sede europea di Twitter a Bruxelles chiude. I sei dipendenti del team hanno infatti lasciato i loro incarichi a seguito dell’ultimatum inviato via mail da parte del nuovo ceo Elon Musk, come parte del suo piano di tagliare di 7.500 posti di lavoro.

Lo smantellamento dell’ufficio, raccordo politico fondamentale con le istituzioni europee, e il cambio di rotta intrapreso da Musk, a quanto si apprende l’Ansa, preoccupa la Commissione europea. Nei giorni scorsi era stata la stessa vicepresidente Ue Margrethe Vestager a evidenziare che il nuovo modello di business appare “del tutto imperfetto”.

Twitter, arriva la spending review

Intanto Musk prosegue sulla strada dei tagli. Dopo i licenziamenti del personale – sono rimasti circa 2.700 dipendenti su 7.500 precedenti – il nuovo proprietario della piattaforma ha bloccato il pagamento di alcune fatture, soprattutto di viaggi, ed eliminato benefit per il personale. Secondo diverse fonti del New York Times, Musk sta conducendo un esame di tutti i costi dell’azienda e sta istruendo il personale a rivedere, rinegoziare e in alcuni casi non pagare affatto i fornitori esterni. Prima che Elon Musk acquistasse Twitter il mese scorso, ad esempio, i dirigenti dell’azienda avevano accumulato centinaia di migliaia di dollari in fatture di viaggio che il social doveva pagare.

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Ma una volta che Musk ha rilevato la società si è rifiutato di rimborsare i fornitori. Il suo staff ha affermato che i servizi sono stati autorizzati da ex dirigenti dell’azienda e non da lui. Da allora hanno evitato le chiamate dei venditori di viaggi. Secondo il Nyt, sotto la lente ci sono anche i costi per l’infrastruttura informatica (sono state chieste rinegoziazioni contratti ad Amazon e Oracle), i servizi software, gli immobili e il cibo della mensa dell’azienda. Le mosse hanno suscitato lamentele da parte degli addetti ai lavori, nonché da parte di alcuni fornitori a cui sono dovuti milioni di dollari in pagamenti arretrati. Sempre secondo la testata della Grande Mela, sono state chiuse anche le carte di credito aziendali per i dipendenti di Twitter. E sono stati tagliati – dicono alcune fonti – pure altri benefici come gli abbonamenti per la palestra, le bollette del cellulare e di Internet, l’assistenza all’infanzia. Il personale amministrativo di Twitter, che è stato drasticamente ridotto, è stato incaricato di esaminare le spese aziendali e le note spese dei dipendenti “riga per riga” per assicurarsi che i dipendenti e le loro spese siano per “persone reali e spese reali”.

“Amnistia” per gli account Twitter sospesi

Intanto il tycoon ha lanciato un nuovo sondaggio sul ripristino degli account Twitter sospesi, affidandosi a questo sistema approssimativo per prendere le principali decisioni di moderazione dei contenuti. “Twitter dovrebbe offrire un’amnistia generale agli account sospesi, a condizione che non abbiano infranto la legge o inviato spam oltraggiosamente? Sì/No”, ha chiesto. Cinque ore dopo si erano già espressi circa due milioni di account, largamente a favore del “sì”.

Il nuovo proprietario e amministratore delegato di Twitter ha già riabilitato sabato l’account dell’ex presidente Usa Donald Trump, bandito dal social network dopo l’assalto al Campidoglio di Washington nel gennaio 2021, per il rischio di inviti alla violenza. “La gente ha parlato. Trump sarà ripristinato”, ha twittato Elon Musk dopo che 15 milioni di account hanno risposto al suo sondaggio sul ritorno del multimiliardario repubblicano, di cui il 51,8% a favore del “sì”. L’uomo più ricco del mondo ha più volte spiegato di aver comprato Twitter perché considera la piattaforma la “piazza pubblica digitale” essenziale per la democrazia nel mondo. A suo parere la moderazione dei contenuti è troppo restrittiva, ma la sua visione assolutistica della libertà di espressione fa temere un’ondata di abusi (disinformazione, incitamento all’odio) sul social network. Molti marchi, intanto, hanno già sospeso la spesa pubblicitaria su Twitter, che deve il 90% delle entrate proprio alla pubblicità.

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