L'INTERVISTA

Un cloud per la cultura italiana, via al piano. Moro: “Accesso democratico a tutti”

La direttrice della Digital Library presenta il progetto di digitalizzazione del patrimonio culturale: “Infrastruttura tecnologica di dati e investimento sulle competenze le azioni chiave”

08 Lug 2022

Federica Meta

Giornalista

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Digitalizzare il patrimonio culturale italiano per renderlo fruibile a tutte le categorie di utenti e contribuire a realizzare servizi e applicazioni a valore aggiunto. È l’obiettivo del Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale (Pnd), redatto dall’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library del Ministero della Cultura.

Il documento crea il contesto strategico, intellettuale e professionale, di riferimento per la realizzazione degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) per l’investimento M1C3 1.1 “Strategie e piattaforme digitale per il patrimonio culturale” – la misura vale complessivamente 500 milioni di euro – e costituisce un riferimento metodologico e operativo per musei, archivi, biblioteche e luoghi della cultura pubblici che conservano che gestiscono e valorizzano beni culturali.

Della filosofia che anima il Pnd e degli obiettivi ne parliamo con Laura Moro, direttrice della Digital Library.

Moro, come nasce il Piano di digitalizzazione del patrimonio culturale?

Il Piano è frutto di un processo di condivisione e confronto con diverse istituzioni culturali e costituisce la visione strategica con la quale il Ministero intende promuovere e organizzare il processo di trasformazione digitale da qui al 2026. In realtà l’idea di una strategia di questo tipo nasce già nel 2017 su stimolo del ministro Dario Franceschini, nella convinzione che il digitale fosse cruciale per far evolvere i luoghi della cultura. Chiaramente ancora non erano maturi i tempi per predisporre un piano del genere, ma la pandemia ha funzionato da acceleratore e il Pnrr ha creato il contesto abilitante per mettere nero su bianco quelle azioni e quegli obiettivi.

In realtà non è da adesso che inizia il processo di digitalizzazione del patrimonio culturale, sono anni che il ministero si muove in quella direzione. Cosa cambia con il Pnd?

Cambia la prospettiva e la visione strategica che mette l’utente al centro dei progetti di innovazione e lo rende parte attiva di essi. Nel primo caso attraverso benefici “materiali” che rendono l’accesso e la fruizione ai contenuti più facile, grazie ai processi di digitalizzazione; nel secondo caso consentendo ai fruitori – istituzioni, centri di ricerca ma anche semplici utenti – di partecipare al processo di creazione dei contenuti “nuovi”. Le policy che il Piano esprime sono focalizzate, dunque, sui servizi per gli utenti e non più solo sul funzionamento delle istituzioni e sulla conservazione del patrimonio. Perché quello che intendiamo fare è far entrare il patrimonio culturale nella vita delle persone, attraverso la partecipazione attiva. In altre parole una grande azione di democratizzazione nella creazione e nell’accesso alla cultura.

È un obiettivo ambizioso. Quali le azioni chiave per raggiungerlo?

Abbiamo già iniziato a sviluppare l’infrastruttura tecnologica abilitante il piano: si tratta di un cloud nazionale della cultura che sarà parte del Polo strategico nazionale e che verrà declinato, poi, secondo le esigenze dei singoli enti o delle singole organizzazioni operanti nel settore. La piattaforma è in linea anche con il progetto della Commissione Ue che punta a creare un cloud collaborativo europeo per il patrimonio culturale.

A cosa servirà questo “cloud nazionale” della cultura?

Puntiamo a realizzare una rete di dati stabili e disponibili per lo sviluppo di servizi e applicazioni da parte di istituzioni, enti di ricerca e anche semplici utenti, in linea con la filosofia della partecipazione e della condivisione che anima il Pnd. Ovviamente l’obiettivo è quello di dare dignità a tutte le realtà culturali del Paese, dal grande al piccolo museo o galleria d’arte. Sappiamo che le esigenze, i bisogni – e anche le risorse a disposizione – non sono le stesse, ecco perché è cruciale sviluppare soluzioni che possano essere tagliate su misura di tutti i player.

Come?

In realtà ci stiamo ancora pensando. Questa prima versione del Pnd delinea un quadro teorico e metodologico che orienta gli istituti della cultura e facilita la creazione del contesto culturale, tecnico e scientifico necessario all’attuazione della trasformazione digitale. Ma si tratta di un progetto complesso che prevede una larga parte di sperimentazione. Credo che la pubblica amministrazione, oggi, non debba avere timore a dire che si sta cercando una strada perché quella che affrontiamo oggi è una sfida Paese per la quale non ci sono soluzioni pre-confenzionate. Ecco perché nel 2024 abbiamo previsto un aggiornamento che consoliderà le linee di azione operative espresse nella prima versione del Pnd per attuare i vari processi di cui si compone la trasformazione digitale nei diversi settori dell’ecosistema culturale.

Un tema chiave per tutti i piani di digitalizzazione sono le competenze. L’Italia non se la passa bene, stando all’ultimo indice Desi che ci vede fanalino di coda. Su questo fronte cosa prevede il Pnd?

È chiaro che senza un forte investimento sulla formazione e sulle competenze digitali, il Pnd non reggerebbe. Perché la transizione digitale del patrimonio produca valore culturale e sociale è necessario porre le persone al centro del processo di cambiamento. E il Piano lo farà tramite la formazione e aggiornamento delle competenze – misura prevista dall’investimento del Pnrr – e attraverso un programma di apprendimento permanente (lifelong learning) e di campagne di formazione ad hoc.

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