DIGITAL ITALY

Venice Declaration, l’Italia rilancia

Il documento, con tre punti chiave, sarà il contributo italiano al Consiglio Ue sul digitale di ottobre. I tre principi strategici si traducono in 10 “svolte”. Dall’Internet veloce per tutti al Digital Single Market. Ma cosa deve fare la Ue? Potenziare gli investimenti, monitorarli in tempo reale e andare al di là delle frontiere

07 Lug 2014

Antonello Salerno

foscari-venezia-120118184819

Il Governo italiano ha lavorato a limare il testo della “Venice declaration per un’Europa più digitale” fino all’ultimo momento. Una dichiarazione pensata come il punto più alto di “Digital Venice”, l’appuntamento dell’8 luglio che apre il semestre italiano di presidenza del Consiglio europeo. Il documento rappresenta il contributo del Governo italiano al primo Consiglio dell’Unione europea sul digitale, in programma a ottobre. In quella sede i ministri di settore degli Stati membri si confronteranno su questa base, che se condivisa potrà essere formalizzata in una proposte indirizzate alla Commissione. Una scelta, quella di una “roadmap digitale” che porterà l’Unione al 2020, che vuole sottolineare l’importanza di questo settore per la ripartenza economica. Secondo la bozza che il Corriere delle Comunicazioni ha consultato, la dichiarazione è articolata su un testo principale in tre punti, e un allegato “per la crescita digitale e l’occupazione in Europa”, che si declina in dieci obiettivi da raggiungere attraverso nove proposte.

Il punto di partenza è che “Internet è un miracolo di democratizzazione tecnologica senza precedenti”. “E’ il momento di non aver più paura delle tecnologie – si legge nella bozza – ma di abbracciarle”. “Molto è stato fatto con l’agenda digitale – recita la “declaration” – ma molto altro è ancora da fare per promuovere un’Europa dinamica, aperta e competitiva”.

Da qui i tre punti chiave: guidare la ripresa economica attraverso la digitalizzazione, puntare sulla sicurezza digitale e trasformare le città in laboratori di un’Europa più attiva e digitale. Secondo l’analisi del documento è necessario assicurare che “la trasformazione delle nostre industrie sia intelligente, pulita, e in grado di creare occupazione e crescita. Per questo sarà necessario sbloccare investimenti su una rete mobile diffusa e ad alta velocità, per infrastrutture di calcolo e open data che possano supportare nuove politiche industriali che traggano vantaggio dal mercato unico digitale, e puntare a su una rete che consenta a tutti l’accesso a Internet, ovunque e con ogni strumento”. La sicurezza è una priorità strategica, “che non soffochi la crescita delle libertà introdotte dalla rete, e che individui l’accesso a Internet come un diritto fondamentale di tutti, da proteggere e promuovere”. Infine, con il terzo punto, la “Venice declaration” propone di trasformare le città Ue in “laboratori”, dal momento che “le tecnologie e le infrastrutture digitali possono dare un enorme contributo al risparmio energetico”. “Man mano che il settore si svilupperà – si legge nella bozza – potrà diventare un punto di riferimento per un approccio più responsabile al consumo e alla gestione dell’energia e al servizio delle politiche per l’ambiente”.

I dieci punti per far ripartire l’economia

«Soltanto ora l’Europa emerge dalla peggiore crisi economica dal 1930, e ha ancora di fronte sfide difficili. Oggi l’economia digitale rappresenta il 7% dell’economia europea, ma sono numeri destinati a crescere velocemente. La digitalizzazione è emersa negli anni recenti come il driver economico fondamentale che può accelerare la crescita, la trasformazione e la creazione di valore». E’ questa la premessa da cui parte l’allegato alla “Venice declaration” per la crescita economica e dell’occupazione in Europa. Se da una parte si fa presente che in questo campo l’Ue ha perso terreno, dall’altro il contributo del Governo Italiano per il Consiglio dell’Unione europea sul digitale evidenzia che l’Europa “deve creare le condizioni abilitanti perché tutti i settori possano beneficiare dei vantaggi di Internet e dell’Ict”. Per rimanere competitivi sullo scenario mondiale, contando sulle eccellenze Ue in ricerca e sviluppo, sulle industrie innovative, sulle nuove generazioni di imprenditori del web e di startup altamente qualificati, e “su un mercato unico da 508 milioni di consumatori”. “Ma la tecnologia da sola non determina risultati – puntualizza il documento – che invece vengono dalle scelte politiche ed economiche. Dobbiamo prendere decisioni coraggiose per ottenere benefici che si misurano in qualità della vita e creazione di benessere”.

Al primo punto del decalogo c’è il concetto di “dare un posto centrale all’economia digitale”, e di arrivarci grazie a scelte rinnovate di politica industriale.

Il secondo punto propone il supporto a “raggruppamenti digitali” europei al di là dei settori e dei Paesi, utilizzando i fondi pubblici nazionali insieme ai capitali privati, per mettere le aziende nelle condizioni di lavorare insieme e accedere al mercato globale.

Il terzo punto raccomanda la creazione del mercato unico digitale europeo, “in cui beni e servizi digitali possano circolare liberamente, e dove le regole fiscali, sul copyright, sui pagamenti e sulle transazioni online siano chiare e senza blocchi, discriminazioni tra aziende online e offline, o costi differenziati a seconda dei Paesi”.

Al quarto punto c’è la possibilità per i cittadini Ue di contare su connessioni Internet ad alta velocità entro il 2020: “la connettività è il carburante dell’economia digitale”.

Al quinto ci sono l’affidabilità e la sicurezza, “condizioni essenziali per lo sviluppo dell’economia digitale europea”, perché combattere le cyber minacce “richiede collaborazione e una risposta coordinata”. L’Europa dovrà contribuire a un’architettura di Internet, istituzionale e di governance, che sia “globale, legittima, trasparente, affidabile e inclusiva”.

Il sesto punto riguarda la “data and cloud revolution”, con i cosiddetti “big data” che “offrono nuove possibilità in un’economia sempre più digitalizzata”.

Le città come laboratori di un’Europa dinamica e digitale sono il settimo punto del decalogo, che si sofferma sulle Smart cities e sulle opportunità che possono produrre per soluzioni più efficienti e sostenibili, assicurando più trasparenza combattendo gli sprechi e promuovere l’Internet delle cose.

L’ottavo punto tocca la questione degli skill e delle competenze digitali, per accrescere la competitività, l’innovazione, l’occupazione e la coesione sociale in Ue, “preparando i giovani di oggi e di domani a guidare la ripresa”.

Il nono punto mira a far diventare l’Europa “il posto migliore per fondare e far crescere un’azienda digitale”, assicurando regole in linea con le raccomandazioni del manifesto europeo delle startup per consentire alle nuove società di crescere senza ostacoli. Infine, al punto 10, la modernizzazione della pubblica amministrazione, con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare i servizi, “generando un settore pubblico centrato sulle esigenze delle persone e delle aziende”.

I consigli alla Commissione: “Focus su poche grandi sfide”

Stabiliti i principi strategici e la loro declinazione in 10 “svolte”, la Venice declaration si conclude con un elenco di nove proposte che coinvolgono direttamente le istituzioni europee. Così secondo la proposta che il Governo italiano presenterà a ottobre al primo consiglio dell’Unione europea sul digitale “i finanziamenti europei disponibili dovranno essere usati al massimo delle proprie possibilità per potenziare gli investimenti digitali”, prevendendo partnership pubblico-privato e l’utilizzo a questo scopo dei programmi di investimento Esif e Cosme.

“L’Unione europea – continua il documento – dovrà istituzionalmente supportare le iniziative in corso per costruire un ecosistema di startup paneuropeo (Sue) e una ‘startup Europe partnership’ (Sep)”. Una particolare attenzione viene riservata sul documento alla collaborazione pubblico-privato, con l’Ue che “dovrebbe incoraggiare l’adozione di un confronto pre-competitivo tra i settori pubblico e privato a livello nazionale e comunitario, per rafforzare le strategie di public procurement”.

L’Unione europea inoltre, secondo l’allegato contenuto nella bozza della “Venice declaration”, dovrebbe approfondire la propria attenzione alla collaborazione tra pubblico e privato su scala comunitaria, focalizzandosi non soltanto sulle startup, ma anche al finanziamento della crescita e dell’aggregazione tra imprese.

Al quinto punto delle proposte del Governo italiano c’è l’utilizzo di ogni opportunità futura, come ad esempio la “mid-term review” del 2016, per riallocare gli investimenti dove necessario, indirizzandoli verso progetti digitali moderni e innovativi.

Quanto alla Commissione Ue, dovrebbe focalizzare l’attenzione su poche grandi sfide digitali, con obiettivi chiari, monitorando in tempo reale i risultati, dandosi un unico “obiettivo 2020” e misurando il peso del digitale nel prodotto interno lordo Ue.

Il Consiglio europeo, dal canto proprio, dovrà adattare le proprie strutture a questi obiettivi, anche dando vita a un consiglio dei ministri europei che si occupi stabilmente di digitale. Infine, recita la parte finale della “Venice declaration”, “la Commissione dovrà rendere più chiari i dettagli della propria proposta ‘per un approccio complessivo al settore pubblico’ rispetto al modo in cui gli Stati e le istituzioni comunitarie si rapporteranno ai temi della modernizzazione della Pubblica amministrazione, valutando la creazione di un gruppo di lavoro ai massimi livelli su questo tema”.