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Ventre: “La net neutrality? Non è mai esistita”

I motori di ricerca sono davvero neutrali? E perché con lo smartphone alcune informazioni non sono accessibili? La verità è che la neutralità della rete non è quel che si crede. Eppure c’è (ancora) chi pensa a un Eden digitale

27 Nov 2014

Giorgio Ventre, docente di Ingegneria Informatica all’Università di Napoli “Federico II”

La neutralità della rete è uno tra i temi più caldi tra quelli toccati dalla Dichiarazione dei Diritti di Internet proposta dalla Commissione Rodotà. Ma quanta neutralità oggi è garantita ai bit che fluiscono nella Rete? Nel nostro immaginario, Internet oggi è una infrastruttura nella quale viaggiano senza sosta una mole immensa di dati: video, e-mail, commenti, notizie che vengono scambiati tra utenti e server capaci di ospitare milioni di clienti ogni istant e dove le notizie che vengono fornite dal sito web di una piccola impresa viaggiano nello stesso identico modo di un video che scarichiamo dal nostro social network preferito. Questo purtroppo non corrisponde affatto a quanto accade in realtà.

Oggi più del 30% del traffico di Internet, ed in particolare quello prodotto da giganti quali Google ed Apple, raggiunge i nostri smartphone ed i nostri computer partendo da mega server dislocati opportunamente in giro per il mondo, in modo che i dati che ci interessano siano quanto più possibile vicini a noi. E questa percentuale è destinata quasi a raddoppiare nei prossimi tre anni. In parole povere, quei bit che noi crediamo partano da un mega-computer ospitato nella lontana sede di una multinazionale dell’intrattenimento, sono in realtà immagazzinati quasi sotto casa nostra. Ovviamente tutto questo ha un costo, e pure molto alto, ma questo costo è più che ripagato dal fatto che le informazioni di questi giganti ci raggiungono più velocemente di quelle offerte da servizi simili ma che non hanno la forza economica di affrontare questi costi. E in Internet, si sa, la velocità significa tutto. Parafrasando Orwell, tutti i dati di Internet sono uguali, ma già oggi alcuni sono più uguali degli altri.

Senza parlare di altri aspetti della neutralità: per quale motivo se accedo ad un portale di news con un computer posso avere gratis tutte le informazioni, mentre quando accedo lo stesso portale con uno smartphone mi richiede un pagamento? Evidentemente questi servizi non sono “neutrali” rispetto al terminale che uso per accedervi. E i motori di ricerca, così centrali nella nostra vita quotidiana, sono davvero “neutrali”? O c’è il rischio che quelli che ritengo siano i risultati più popolari e quindi più vicini alle mie esigenze siano in realtà il risultato di una scelta di qualcuno, pienamente legittima s’intende, ma basata su criteri che a me non sono noti?

La Dichiarazione dei Diritti di Internet definisce chiaramente una serie di obiettivi civili ambiziosi ma arriva in una situazione ormai assestata e dove il concetto stesso di neutralità è fortemente compromesso. Sembra quindi che abbiamo di fronte solo due vie da poter seguire. Dobbiamo riportare indietro l’orologio ad un Eden digitale dove tutti i dati possano ricevere davvero lo stesso trattamento dalla Rete? Al di là della difficoltà di convincere gli utenti a rinunciare alle loro quotidiane cyber-certezze fatte di reti sociali, di video virali e di notizie tutte accessibili in tempo reale, c’è il problema che questa Arcadia dei bit non è mai esistita in quanto (senza volere entrare in tecnicismi) i meccanismi alla base del protocollo IP nel tempo hanno sempre previsto diversi modi per trattare i dati in maniera differenziata.

O dobbiamo invece accettare di mantenere questo status quo solo apparentemente neutrale, adducendo come giustificazione, come sembra fare Obama, che ogni cambiamento porterebbe solo il rischio di rompere gli equilibri che fanno evolvere questa incredibile macchina dell’innovazione? Questo scenario è però estremamente pericoloso in quanto così si consentirebbe solo il rafforzamento degli Over The Top che attualmente dominano la Rete con le conseguenze più gravi proprio qui da noi, in Europa. Occorre infatti chiarire che al contrario degli Stati Uniti, dove sono nati e si sono sviluppati questi grandi produttori di contenuti e di servizi, in Europa l’economia della Rete vede, almeno per il momento, i produttori di contenuti in una posizione di secondo piano ed invece in prima posizione per valore economico gli operatori di telecomunicazioni. Operatori che peraltro combattono tra margini sempre più ristretti da un lato e la necessità di fortissimi investimenti per portare le loro reti alla qualità che gli utenti richiedono, dall’altro. E come gli economisti insegnano, è molto difficile che in una situazione come questa si possano creare le condizioni per l’affermazione di nuovi player europei in grado di competere a livello globale sulle applicazioni.

In realtà io credo che ci sia anche una terza opzione: quella cioè di cercare di operare una moderata azione regolatoria per aprire il mercato a nuovi servizi digitali favorendo un più moderno uso della Rete e la nascita di aziende o l’aggregazione di quelle esistenti. Oggi questo è possibile perché la tecnologia offre le risposte alla domanda di una Internet che sia da un lato inclusiva, con una forte attenzione ai diritti dei cittadini di accedere ai dati che vogliono in maniera efficiente e conveniente, e dall’altro in grado di favorire lo sviluppo delle infrastrutture e la nascita di nuovi servizi con ragionevoli aspettative di ritorno degli investimenti. Una rete che sia in grado di ospitare sia i servizi gratuiti ed aperti ai quali siamo giustamente abituati, ma che nello stesso tempo consenta di poter essere il veicolo per accedere a servizi a pagamento se ne abbiamo l’intenzione. Purché questo sia fatto in maniera trasparente per il consumatore ed equa nella gestione delle risorse. Proprio come peraltro accade in tante altre piattaforme tecnologiche che usiamo tutti i giorni: come ad esempio la TV Digitale, dove canali gratuiti si affiancano a canali a pagamento e dove i secondi non “oscurano” i primi.

Solo in uno scenario di questo genere potremmo finalmente vedere emergere dall’Europa i futuri campioni nei servizi digitali. Il gaming on-line, la televisione sociale interattiva, le applicazioni per le Smart Cities, l’edutainment, sono solo alcuni esempi di servizi nei quali l’Europa può assumere un ruolo di leader creando nuove aziende e nuova occupazione. Non è un caso che sempre più spesso leggiamo notizie di possibili acquisizioni o fusioni tra telecom operator e produttori di contenuti audiovisivi. Internet può ancora essere una fucina di nuove idee ma deve evolvere in maniera che queste possano nascere e svilupparsi. Per non parlare del mondo vulcanico delle start-up tecnologiche che, al contrario di quello che si crede, hanno nell’Europa il terreno sociale e culturale più favorevole alla loro nascita. E’ importante però che il Vecchio Continente diventi conveniente anche dal punto di vista dell’accesso alle infrastrutture e del ritorno degli investimenti e ciò richiede necessariamente una differente politica europea dell’industria digitale. Dobbiamo svegliarci lasciando il sogno di una neutralità che non esiste e che non è mai esistita, per lavorare attivamente per creare una Rete la cui governance abbia obiettivi ben più ambiziosi: quelli dell’equità e della sostenibilità.

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