Venturi: "Altro che crisi, in Italia manca il fuoco innovatore" - CorCom

Venturi: “Altro che crisi, in Italia manca il fuoco innovatore”

Il numero uno di Hp Italia: “Dobbiamo attuare l’Agenda digitale. Aziende e soprattutto PA si diano una mossa. E ricordiamoci che gli esempi positivi scatenano l’effetto domino”

12 Mag 2014

Domenico Aliperto

Stefano Venturi ci crede. È convinto di avere le idee, gli strumenti e le persone che servono per innovare il Paese. Le sue parole d’ordine? Open standard, cloud e partnership. Una sola condizione perché il sistema che ha in mente funzioni: la Pubblica amministrazione deve dare il buon esempio, e innescare, attuando l’Agenda digitale, un circolo virtuoso che grazie agli abilitatori tecnologici possa coinvolgere tutto il tessuto produttivo tricolore. Per il numero uno di HP Italia si tratta di una rivoluzione possibile. “Lo dico sempre ai miei: noi dobbiamo essere gli agenti di trasformazione di questo Paese”.

L’innovazione permette di ridurre i costi, ma paradossalmente non ci sono i soldi da investire in innovazione.

La crisi pesa senz’altro, ma la verità è che manca ancora un fuoco innovatore nelle nostre aziende, e soprattutto nella Pubblica amministrazione. Però più che guardare all’ennesima diminuzione degli investimenti, io mi focalizzerei su cosa possiamo fare: dobbiamo assolutamente attuare l’Agenda digitale. Da cittadino trovo immorale che si continui a sperperare soldi per dare inefficienza, quando si potrebbe lavorare meglio a una frazione dei costi attuali.

Quali devono essere le tappe per l’attuazione?

C’è tutta una serie di servizi che possiamo portare in digitale, dalla fatturazione elettronica alla trasmissione di documenti fino all’anagrafe unica. Stabiliamo date certe, come è successo per la fatturazione, e rispettiamole. L’Agenda digitale non è importante solo per la PA, è essenziale per liberare risorse e innescare un circolo virtuoso.

Ad esempio?

Immaginiamo cosa succederà a partire da giugno: HP sarà obbligata a emettere fatture elettroniche nei confronti degli enti pubblici centrali. Sosterrà degli sforzi per arrivare a questo risultato, ma in breve tempo ne apprezzerà anche i vantaggi e a quel punto richiederà la medesima cosa ai propri fornitori. Ma lo stesso avverrà sul lato clienti. È così: quando dalla PA parte qualcosa di buono, contagia positivamente tutto il Paese. E per esperienza posso dire che gli esempi positivi contaminano il sistema più velocemente di quelli negativi.

Rispetto all’Ict c’è anche un problema di competenze, non solo di cattivi esempi.

Premesso che oggi in Italia anche chi è qualificato spesso è a casa, ci sono fondi europei con i quali aiutare i lavoratori a portarsi al pari. Esistono programmi di formazione ad hoc e vanno spinte le scuole a orientarsi in tal senso. E anche noi possiamo fare la nostra parte: abbiamo aderito con entusiasmo al programma Go-on-Italia partito in Friuli Venezia Giulia, che punta all’alfabetizzazione digitale attraverso la collaborazione delle PA con le aziende, le scuole e i vendor tecnologici. Grazie al progetto, gli studenti vengono introdotti in impresa non per fare il solito stage, ma per partecipare attivamente a piani di sviluppo, abilitando di fatto il personale senior ai linguaggi digitali. È l’anello di congiunzione tra l’Agenda e il Paese reale, un intero sistema che collabora per colmare il gap che ne ha sempre frenato l’attuazione. Seguendo la casa madre, stiamo inoltre per lanciare HP life, un programma di learning col quale trasmetteremo competenze digitali a giovani imprenditori. Le attività si integreranno con una nostra iniziativa che invece è partita un anno e mezzo fa: ogni mese ciascun dipendente di HP Italia ha quattro ore di permesso retribuito per fare volontariato. Calcolando che siamo circa 5mila, possiamo mettere a disposizione della comunità 20mila ore al mese. E poi, a livello europeo, il nostro Innovation center coordina il progetto CoCoCloud.

Di che si tratta?

È un consorzio finanziato dall’Unione che ha lo scopo di creare raccomandazioni per un “Confidential and Compliant Cloud”. Parliamo di open standard, sicurezza e interoperabilità tra data center, e io sono convinto che questo rappresenti il futuro della Rete, intesa non solo come ambiente navigabile, ma anche come fulcro del computing per l’Internet delle cose. Tutti gli smartphone hanno un indirizzo IP, presto dialogheranno con la Rete anche gli occhiali, i vestiti, i sensori Nfc. E per come sono disegnati i network oggi sarà impossibile gestire tutti i device con le loro intelligenze. L’obiettivo è portare l’intelligenza al centro dei data center e far sì che gli oggetti siano più leggeri, meno costosi e più efficienti dal punto di vista energetico.

Sul fronte del business come viene declinato questo mantra?

Anche i data center devono diventare sempre più sostenibili: abbiamo appena introdotto Moonshot, una nuova famiglia di server che richiede un decimo dell’energia consumata dalla vecchia generazione e occupa 1/18 dello spazio. Poi c’è il trend della fruizione dei servizi IT a consumo e non a investimento. Noi siamo in grado di seguire i clienti anche rispetto alle attività consulenziali perché siamo gli unici in grado di vedere tutta la filiera, sia dal punto di vista dei servizi che da quello della tecnologia.

C’è un altro trend in atto: l’accorciamento della filiera. Anche voi intendete ridurre i partner?

Al contrario! La nostra strategia prevede l’aumento del coinvolgimento dei partner. Come ho detto, HP ha l’obiettivo di cambiare il Paese, non i clienti. E vogliamo farlo grazie agli open standard, non proponendo sistemi chiusi. Dunque l’unica cosa che non possiamo permetterci di fare è provarci da soli.

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