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Web record cinese. Utenti a quota 400 milioni

A quota 384 milioni gli internauti cinesi. La maggior parte sono a fianco del governo nella sua volontà di controllare il web. E’ proprio qui che si combatte la nuova guerra tra Cina e Usa: i cyberattacchi pilotati da Pechino contro Google sono stati un modo, secondo Repubblica, per riaffermare la propria sovranità sullo spazio virtuale

25 Gen 2010

Secondo il China Internet information center – ente sovvenzionato
dal governo – la popolazione di utenti Internet della Cina – già
la più grande del mondo – ha raggiunto un nuovo record nel 2009,
con 384 milioni di navigatori. Gli internauti del Paese asiatico
sono cresciuti l’anno scorso del 28,9%. In pratica, si sono
aggiunti 86 milioni di nuovi fruitori, più del totale
dell'intera popolazione tedesca, nota Affari e finanza di
Repubblica, che riporta i dati. E lo spazio per crescere è ancora
enorme, visto che gli internauti rappresentano ancora solo il 29%
della popolazione cinese.

Un dato interessante è che, secondo il report dell’ente
governativo, l’8% dei navigatori cinesi del web usa
esclusivamente il cellulare per andare su Internet, numero
raddoppiato nel 2009. La crescita spettacolare degli utenti ha
portato tuttavia a un’ulteriore rafforzamento del controllo delle
autorità di Pechino sull’uso della Rete, costantemente
monitorata da un nucleo di cyberpolizia formato – dicono gli
esperti – da almeno 40mila agenti impegnati nella lotta a siti
violenti, pornografici ma soprattutto di dissenso politico. Del
resto, nota un altro articolo di Repubblica, la guerra Cina-Usa
oggi si combatte proprio sul web: da un lato “la più grande
nazione del pianeta, con la più vasta comunità di internauti”,
dall’altro Google, “la più grande potenza di Internet”.
Secondo Federico Rampini, questo conflitto “è destinato a
ridefinire i limiti geopolitici della libertà di informazione e il
nuovo concetto di sovranità nel mondo online. Tra Washington e
Pechino è in gioco il controllo del cyber-spazio”.

Quando Google lanciò la sua versione in mandarino, nel 2006, la
censura di Stato esisteva già, ma evidentemente Google, come tante
multinazionali occidentali, pensava di poter convivere con il
regime e i suoi tabù, chiudendo un occhio sugli abusi contro i
diritti umani in nome della conquista del più vasto mercato
mondiale. A dire il vero, nota Repubblica, uno dei due co-fondatori
di Google, Sergey Brin (nato nell’ex Urss e emigrato da piccolo
in America) aveva sempre dubitato di questo “patto col
diavolo”. La storia sembra dargli ragione. Ma è possibile che la
Cina crei effettivamente un cyber-universo autonomo, con le sue
regole e i suoi limiti, diverso dall’Internet libero in cui crede
l’Occidente? “In Occidente diamo per scontato da anni che la
superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da
GoogleMap”, leggiamo su Repubblica. Non è così per la Cina:
intere zone di Pechino, per esempio, sono oscurate, a partire dal
quartiere dove risiede la nomenklatura comunista. “Ciò che a noi
appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre
sia fatta da un’impresa privata americana, non è accettabile a
Pechino. E’ un’intrusione virtuale nella sovranità: un valore
per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli”.

Ken Auletta, autore del saggio “Googled”, osserva che poche
altre tecnologie hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come
questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di
produrre informazione, selezionarla, consumarla. Ed essendo
Internet nato in America, ha inevitabilmente un’impronta made in
Usa, di cui Pechino diffida. I cyberattacchi di cui si è tanto
parlato nei giorni scorsi e che hanno portato Google a dichiarare
ormai impossibile operare in Cina (e addirittura Hillary Clinton a
parlare a favore della libertà e uguaglianza su Internet)
sarebbero un modo per rivendicare la sovranità di Pechino sullo
spazio virtuale. “La Cina ha sentito il bisogno di intimidire
Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti
industriali: tutti potenzialmente spiati”.

La popolazione cinese sarebbe a fianco del suo governo: secondo il
professor Randy Kluver, massimo esperto statunitense dei rapporti
tra web e politica in Cina, afferma ancora su Repubblica che “la
stragrande maggioranza dei cinesi approva che Internet sia
controllata e che a farlo sia lo Stato”. L’80% della gente è
favorevole a forme di vigilanza sul web, anche se molti sono
contrari all’incarcerazione dei blogger dissidenti – anzi,
pochi sanno che è proprio questo che succede.

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