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L'EDITORIALE

Web tax all’italiana. Ennesimo condono?

Un aliquota light fra il 2 e il 5% del fatturato. Un “super” sconto per i colossi americani. E’ la strategia del meglio poco che niente? Siamo sicuri di volerci “distinguere” in Europa con una misura debole pur di arrivare primi?

23 Ott 2017

Mila Fiordalisi

Un’aliquota “light”. Fra il 2 e il 5% del fatturato. Sarebbe questa la web tax all’italiana, almeno stando ai primi rumors. E il nostro Paese potrebbe essere il primo, in Europa, a mettere a punto una tassazione specificamente “dedicata” ai colossi del Web. Che l’Italia stia facendo di tutto per mettere la firma sulla web-tax è comprovato dall’impegno profuso a livello europeo sulla questione. L’asse franco-tedesco ha dovuto “cedere” alle pressioni tricolori, allargando fra l’altro anche alla Spagna. Ma la quadra è ancora lontana e in sede di Commissione Ue il dibattito, per quanto accesso, al momento non ha sortito risultati concreti. Il commissario al digitale Andrus Ansip ha detto che la questione “non è di facile soluzione” e che la decisione non è banale perché potrebbe impattare, e non poco, sui conti delle aziende della digital economy quelle i cui fatturati sono ben lontani dalle big company mondiali.

Nonostante la complessità e gli interessi in ballo, l’Italia ha deciso però non solo di battere il ferro finché caldo ma persino di aprire la strada a tutta l’Europa. La soluzione sarebbe una sorta di “flat” web-tax. Una soluzione che se è vero che da un lato consentirebbe di portare nelle casse dello Stato non pochi soldi, dall’altro rappresenterebbe ben più che un regalo a colossi del calibro di Google & co. considerato il loro giro di affari. Perché “condonare”? Perché incassare così poco se la posta in gioco è ben più alta? Perché l’ennesimo ricorso al “meglio che niente”? E soprattutto l’Italia sarà davvero in grado di farsi portabandiera in Europa? La misura in questione non rischia piuttosto di dimostrarsi debole e in qualche modo favorire persino le web company americane sbilanciando ulteriormente la competizione di mercato?

Il premier Paolo Gentiloni ha annunciato nei giorni scorsi che la web tax potrebbe ragionevolmente debuttare nella Manovra in via di discussione. Nel frattempo però vale la pena ricordare che – stando alle prime rilevazioni – non avrebbe portato nemmeno un euro nelle casse dello Stato la misura entrata in vigore a giugno scorso (quella inserita nella Manovrina di primavera) che consiste nella possibilità di autodenuncia da parte delle web company – con oltre 1 miliardo di fatturato e oltre 50 milioni di business nel nostro Paese – per evitare la scure della magistratura. L’autodenuncia a fronte di “sconti” non sembra dunque essere la strada giusta, peraltro in Italia il metodo non ha mai sortito successi “stellari” – si vedano lo scudo fiscale ma anche i condoni. Ora con l’aliquota “light” si rischia di passare alla storia per la debolezza della misura più che per il primato della stessa.

Molte web company, certo, potrebbero essere attratte dal super-sconto: se lo scopo è attrarre investimenti allora cambia completamente l’approccio alla lettura. A patto però che non si inneschi poi l’effetto boomerang della competizione sbilanciata. A questo punto ci si chiede se non sia il caso di procedere con una proposta ben più coraggiosa oppure se non sia altrettanto coraggioso percorrere la strada insieme con gli altri Paesi europei e arrivare a una decisione condivisa e che sortisca l’effetto che deve sortire piuttosto che portare solo un po’ di gloria a casa.

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