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Web tax, il tempo stringe: asse Austria-Francia per chiudere entro dicembre

L’Ecofin di domani riporta sul tavolo la tassa sulle imprese del digitale che spacca l’Europa in due. I ministri valuteranno la tassazione sulle entrate della pubblicità mirata e dei servizi di intermediazione; probabilmente escluderanno i proventi della vendita dei dati degli utenti. Restano i contrasti sulla sunset clause, mentre i paesi contro insistono: occorre aspettare la decisione in sede Ocse

05 Nov 2018

Patrizia Licata

giornalista

La web tax europea torna sul tavolo dei ministri dell’Economia dell’Ue che si riuniranno domani a Bruxelles per un nuovo giro di negoziati. Tassare i colossi come Amazon, Google, Facebook e Apple è la priorità per tutti i paesi dell’Unione ma di fatto le posizioni restano distanti sui tempi e i modi dell’imposta sulle imprese del digitale.

Le discussioni informali tra i ministri delle Finanze riuniti per l’Ecofin sono finora finite con un nulla di fatto. La proposta partita dalla Commissione europea è di tassare al 3% il fatturato delle aziende del digitale con giro d’affari europeo superiore ai 50 milioni di euro l’anno. Nel mirino finirebbero almeno 150 imprese, di cui solo una parte Usa, ma agli occhi dell’America questa è una tassa contro i campioni di Internet a stelle e strisce e il presidente Donald Trump ha già fatto sapere che la web tax europea scatenerà una reazione da parte di Washington.

Proprio il timore delle ripercussioni americane ha causato una brusca frenata della Germania, inizialmente tra i principali sostenitori della web tax europea. Per andare incontro alle esigenze dei tedeschi il ministro francese Bruno Le Maire ha proposto una soluzione di compromesso che prevede la “sunset clause”: una volta che ci sarà una decisione sulla tassazione dei gruppi digitali a livello internazionale nel quadro dell’Ocse, quella soluzione sostituirà la tassa europea. La reazione del ministro tedesco Olaf Scholz è stata fredda, anche se Berlino insiste nel dire che continua a volere una decisione entro fine anno.

Secondo Bloomberg, domani a Bruxelles i ministri europei parleranno di tassa sulle entrate della “pubblicità mirata” e “i servizi di intermediazione”. L’imposta, anticipa l’agenzia di stampa sulla base di fonti confidenziali, sarà applicata sul fatturato, indipendentemente dal fatto che l’azienda colpita sia in utile o in perdita, e non sarà collegata con le esistenti imposte sul reddito delle imprese. I contrasti restano sull’opportunità di tassare “la vendita dei dati degli utenti”.

Tutti i ministri Ue sono d’accordo sul fatto che l’imposta europea dovrebbe cessare di valere una volta che sarà approvata la web tax in sede Ocse, ma la sunset clause spacca i paesi in due fronti. Inoltre, l’Austria e la Francia insistono sull’approvazione della tassa europea sui servizi digitali entro dicembre, mentre Svezia, Lussemburgo, Olanda e Irlanda frenano. “Siamo aperti a miglioramenti tecnici della proposta della Commissione”, ha detto il francese Le Maire, ma quello che conta è “la decisione a livello politico”. “Cambiamenti come questo vanno decisi in sede Ocse, come si è sempre fatto, per avere consenso e cooperazione globali”, è stata la replica di Paschal Donohoe, ministro delle Finanze dell’Irlnda.

Proprio ritenendo i tempi di discussione dell’Ocse troppo lunghi la Gran Bretagna ha deciso di andare avanti da sola: ancora prima della Brexit, il Regno Unito si è sganciato dall’Unione europea procedendo autonomamente alla creazione di una tassa sui servizi delle web company. Il “balzello” scatterà dal 2020; il ministro delle Finanze Philip Hammond prevede un gettito da 400 milioni di sterline l’anno, poco meno di 450 milioni di euro.

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