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LE PREVISIONI

Web tax, l’allarme Netcomm: “In Italia produttività giù di 2 miliardi”

Secondo il consorzio delle aziende dell’e-commerce l’applicazione del “balzello” porterà a una perdita di 17 mila posti di lavoro in tre anni. Roberto Liscia: “Così si allarga il gap di competitività con gli altri Paesi”. Rischio aumento prezzi per il cliente finale

19 Nov 2018

Federica Meta

Giornalista

Una perdita di produttività fino a 2 miliardi di euro e quasi 17.000 posti di lavoro a rischio. Sarebbe questo – secondo le previsioni di Netcomml’impatto dell’applicazione della web tax sull’economia italiana.

La ricerca, effettuata da Prometeia, ha combinato diverse ipotesi sulla definizione della base imponibile della web tax, l’eventuale traslazione dell’imposta sugli acquirenti finali dei servizi di e-commerce, gli effetti dell’aumento dei prezzi sulla domanda di servizi di e-commerce B2B, nonché l’impatto dell’imposta sui margini operativi e sugli investimenti delle imprese.

Nello scenario di maggiore impatto – con ipotesi di traslazione completa dell’imposta, maggiore elasticità della domanda ai prezzi, effetti sugli investimenti e base imponibile più ampia –  in un triennio la produzione risulterebbe inferiore fino a circa 2 miliardi di euro rispetto allo scenario base senza imposta, con un’incidenza dello 0.06% sulla produzione complessiva dell’economia, mentre l’impatto negativo sull’occupazione del settore arriverebbe a una perdita di circa 17 mila addetti, lo 0.07% del totale di riferimento, a fronte di un maggior gettito fiscale di poco superiore a 250 milioni di euro.

“I dati della ricerca riflettono le preoccupazioni più volte espresse da Netcomm in merito all’applicazione di una tassazione che contribuirebbe ad allargare il gap sulla competitività con gli altri paesi europei e sui mercati internazionali – spiega Roberto Liscia, Presidente Netcomm – La web tax ha in sé diversi elementi recessivi che si tradurrebbero nell’aumento dei prezzi per i consumatori e in un decremento dell’occupazione. Non dimentichiamo che il settore dell’e-commerce in Italia da diversi anni continua a crescere a due cifre rispetto al canale fisico, con un impatto sul Pil dell’1,6%, facendo registrare una bilancia positiva dell’export che oggi è di circa 4 miliardi di euro e contribuendo a creare posti di lavoro con un alto livello di alfabetizzazione”.

Nel marzo 2018, la Commissione Europea ha presentato una proposta legislativa per l’introduzione di norme comuni destinate a consentire la tassazione dei profitti delle aziende derivanti da attività svolte nell’ambito dell’economia digitale, adeguando così l’attuale sistema di imposizione fiscale alle trasformazioni dell’economia globale e al maggior peso assunto dai servizi digitali.

Con la legge di Bilancio 2017 anche l’Italia ha elaborato una proposta di web tax che prevede, a partire dal 1° gennaio 2019, l’applicazione di un’imposta del 3% sui servizi digitali B2B, nei confronti di stabili organizzazioni di soggetti sia residenti che non residenti nel territorio dello Stato.

Il Mef è lavoro sui decreti attuativi di questa norma, motivo per cui è stato ritirato dalla manovra 2019 un emendamento della Lega che portava la tassazione al 6%.

In occasione dell’Ecofin, dove la web tax ha tenuto banco senza che però si sia trovata una quadra comune, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, aveva annunciato  che l’Italia sarebbe andata avanti da sola anche senza un accordo Ue. “Sosteniamo – aveva detto Tria – la finalizzazione dei lavori tecnici sulla Web tax con l’obiettivo di trovare un accordo europeo entro la fine dell’anno, ma se non avremo questo accordo introdurremo la tassa” che l’Italia ha già approvato l’anno scorso e sospeso in attesa di un’intesa a livello europeo.

L’annuncio fa il paio con le strategie comunicate dal Regno Unito e rappresenta uno dei poli “radicali” della divisione in seno all’Ecofin sull’applicazione di nuovi regimi fiscali per le aziende web.

In Europa si profila un accordo franco-tedesco per modificare il regime fiscale di Google & Co. L’intenzione emerge dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro francese delle Finanze Bruno Le Maire e dal suo omologo tedesco, Olaf Scholz. “Puntiamo a un accordo vincolante da sottoscrivere nel corso dell’Ecofin del 4 dicembre – ha detto Scholz in un’intervista a Der Spiegel – Questo per evitare il rischio che i negoziati vadano avanti ancora 100 anni. Per questo sostengo il modello francese in grado di offrire più risorse alla Ue”.

Dal canto suo Le Maire dichiara che un accordo è “a portata di mano”: si tratta di un “compromesso” da raggiungere con la Germania, “la definizione dell’accordo è in corso, lavorerò con Scholz per tutta la settimana per mettere a punto una decisione franco-tedesca sulla tassazione”.

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