Web tax, sull'accordo Ocse l'incognita delle presidenziali Usa - CorCom

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Web tax, sull’accordo Ocse l’incognita delle presidenziali Usa

Secondo Anna Diamantopoulou, tra i papabili alla successione di Angel Gurrìa, una vittoria di Biden potrebbe riaprire le trattative con la Casa Bianca. Ma gli analisti non concordano: “Per il candidato dem non è una priorità”. E il deal sulla tassazione digitale potrebbe arrivare, depotenziato, solo nel 2022

02 Nov 2020

Patrizia Licata

giornalista

Un’eventuale elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe avere un impatto anche sul futuro della digital tax. Secondo Anna Diamantopoulou, tra i candidati a segretario generale dell’Ocse dopo che finirà il mandato dell’attuale numero uno, Angel Gurria (a maggio 2021), Donald Trump e lo sfidante Democratico hanno approcci molto diversi sulla questione della tassa sui colossi del digitale. In un’intervista con Cnbc, la Diamantopoulou ha affermato: “Sappiamo che Biden è una persona più fedele alle convenzioni e in generale più propenso a lavorare con le organizzazioni internazionali”.

La candidata ha tuttavia sottolineato che capire come le elezioni americane impatteranno i negoziati Ocse sulla web tax è una “domanda da un milione di dollari”. Comunque, per l’Ocse si tratta di una questione “estremamente importante” che va risolta e i lavori dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sulla digital tax andranno avanti a prescindere dall’esito del voto americano.

L’accordo Ocse potrebbe slittare al 2022

L’Ocse sta ospitando i negoziati internazionali sulla tassa sui servizi digitali. La scadenza per giungere a un’intesa è stata più volte spostata. A giugno, dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal tavolo delle trattative indicando come causa la pandemia di coronavirus, la deadline è stata rinviata al 2021.

L’amministrazione Trump è da sempre ostile ai piani dei singoli Paesi (con quelli europei in prima fila) per far pagare più tasse alle Big Tech, piani che il presidente degli Stati Uniti considera un attacco diretto a colpire le aziende americane per favorire l’emergere di aziende locali.

Nella sua campagna Joe Biden ha indicato di voler imporre tasse più alte sulle aziende degli Stati Uniti, ma che questo implichi un atteggiamento favorevole nei confronti della web tax internazionale non è affatto ovvio. Al contrario, gli esperti politici sentiti da Cnbc.com dubitano che tra le prime mosse di Biden vi sarà lo sblocco dei negoziati in sede Ocse.

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“Alla fine forse non arriveremo all’accordo che tutti vorremmo, ma ne usciremo fuori”, ha affermato la Diamantopoulou. Secondo la candidata alla guida dell’Ocse un deal potrebbe essere raggiunto tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022.

Senza web tax si rischia “una nuova trade war”

Lo scorso mese l’Ocse ha dichiarato che le tensioni sulla digital tax potrebbero causare una nuova trade war che spazzerebbe via (nello scenario peggiore) l’1% della crescita globale ogni anno. “L’assenza di una soluzione consensuale…potrebbe portare a una proliferazione di tassazioni unilaterali sui servizi digitali e a un aumento dei dazi e delle dispute commerciali, a danno della certezza fiscale e degli investimenti”, ha scritto in una nota l’organizzazione.

L’Ocse risponde così alle iniziative in ordine sparso di alcuni paesi sulla digital tax (tra cui Francia e Italia). La Commissione europea ha affermato che è pronta a procedere autonomamente sulla tassazione dei colossi del digitale, visto che per fine 2020 non sarà rispettato l’obiettivo di raggiungere in sede Ocse una soluzione internazionale condivisa.

La riforma della fiscalità internazionale sui colossi del mondo digitale è parte integrante del progetto Beps (Base erosion and profit shifting), finalizzato a garantire che il pagamento delle tasse avvenga nel luogo in cui avvengono effettivamente le attività economiche: un metodo per contrastare il trasferimento degli utili societari verso Paesi con una fiscalità agevolata, o addirittura inesistente, a danno della base imponibile in molti Paesi in cui grandi conglomerati globali operano attraverso controllate.

L’obiettivo è di definire quanto, dove e come tassare i giganti del web. Una necessità resa ancor più stringente – ha fatto presente un recente rapporto Ocse – dalla pandemia Covid 19 e sulla quale pesa il nodo della posizione degli Usa.

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