La sovranità tecnologica torna al centro dell’agenda europea. Ma questa volta Bruxelles prova a spostare il baricentro. Non solo più regole, standard e ambizioni strategiche. Il nuovo pacchetto della Commissione punta a incidere sulle dipendenze strutturali dell’Unione nei settori chiave del digitale.
Il Tech Sovereignty Package include una revisione del Chips Act, il Cloud and AI Development Act, una strategia per un ecosistema digitale aperto e una roadmap su digitalizzazione e AI nell’energia. È un insieme ampio, che lega infrastrutture, capacità industriale, software, cloud e fabbisogno elettrico.
Secondo l’analisi preliminare del Cep, il Centro di politica europea, il pacchetto è il tentativo più coerente finora messo in campo dalla Commissione per affrontare le dipendenze tecnologiche dell’Ue. Ma non è privo di rischi. Il punto critico riguarda il modo in cui l’Europa intende difendere la propria autonomia. La sovranità tecnologica, osservano gli esperti, non può diventare una scelta secca tra apertura e autosufficienza. Un’Europa che vince escludendo la concorrenza non risolve i propri problemi industriali. Li rinvia. La vera posta in gioco è costruire capacità competitive, non industrie protette.
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Il cambio di passo della Commissione
La logica politica del pacchetto nasce da un dato ormai centrale nel dibattito europeo. Secondo il rapporto Draghi, l’Ue resta dipendente da fornitori extraeuropei per oltre l’80% di prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali.
È una vulnerabilità industriale, ma anche geopolitica. L’intelligenza artificiale, la cybersecurity, la gestione dei dati pubblici e le reti energetiche digitalizzate dipendono da componenti e piattaforme spesso controllate fuori dall’Europa. Da qui nasce il tentativo di Bruxelles di intervenire su più fronti. La revisione del Chips Act punta alla produzione avanzata di semiconduttori. Il Cloud and AI Development Act, indicato come Cada, riguarda cloud e infrastrutture per l’AI. La strategia sugli ecosistemi digitali aperti rilancia l’open source. La roadmap energetica affronta il collo di bottiglia dei data center.
È una visione più integrata rispetto al passato. La Commissione riconosce che non basta finanziare ricerca o definire principi generali. Servono domanda, infrastrutture, manutenzione del software e potenza elettrica.
Chip, il problema non è solo produrre
La nuova versione del Chips Act sposta l’attenzione dalla ricerca alla commercializzazione. È un passaggio decisivo. Il primo atto del 2023 puntava su linee pilota e strutture di coordinamento. Tuttavia l’Europa resta quasi del tutto dipendente da fornitori americani e asiatici per i chip avanzati sotto i 5 nanometri. Sono proprio questi semiconduttori a sostenere i carichi di lavoro dell’AI. Per questo il nuovo piano prevede la prima open foundry europea per produzioni sotto i 3 nanometri. La produzione pilota è prevista tra il 2030 e il 2033.
Il pacchetto introduce anche i cosiddetti Demand Accelerators. L’obiettivo è collegare produttori e acquirenti attraverso accordi di acquisto anticipato. È un passaggio industriale cruciale. Senza clienti di riferimento, le nuove fabbriche rischiano di non reggere economicamente fino alla piena maturità del mercato. Secondo Matthias Kullas, esperto di semiconduttori del Cep, l’Europa deve diventare più autosufficiente nella produzione di chip, alla luce dell’attuale scenario geopolitico. Il maggiore focus sulla domanda può inviare agli investitori un segnale credibile. Tuttavia resta aperta la sfida delle debolezze dal lato dell’offerta.
Costi di costruzione più alti, autorizzazioni più lente e carenza di competenze pesano ancora sul confronto con l’Asia orientale. La sovranità tecnologica sui chip, quindi, non si costruisce solo con nuovi impianti. Richiede clienti industriali, filiere solide e tempi autorizzativi compatibili con la competizione globale.
Cloud e AI, il confine tra sicurezza e mercato
Il Cada affronta la dimensione cloud e AI della sovranità tecnologica europea. La proposta chiede agli Stati membri di valutare quali sistemi pubblici dipendono da cloud esteri. Questi sistemi dovranno essere classificati in base a livelli di sovranità. Il regolamento punta anche a triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni. Per riuscirci serviranno circa 200 miliardi di euro di investimenti, in larga parte privati.
In parallelo, il Cada introduce quattro livelli di sovranità del cloud. I criteri riguardano il controllo del servizio e della catena di fornitura, il trattamento dei dati di inferenza dell’AI, la localizzazione delle infrastrutture e il livello di cybersecurity.
Per il Cep, il quadro di valutazione può aiutare le amministrazioni pubbliche a comprendere meglio la propria esposizione. Il rischio nasce però da ciò che potrebbe seguire. Se l’analisi diventa una scorciatoia verso preferenze generalizzate negli appalti, il pacchetto potrebbe generare costi più alti e minore concorrenza. Il precedente evocato dagli esperti è lo schema europeo di certificazione cloud per la cybersecurity, l’Eucs. Il processo si è bloccato per anni anche perché alcune scelte politiche controverse, come localizzazione dei dati e immunità da leggi di Paesi terzi, sono state inserite in un meccanismo tecnico.
Secondo Philipp Eckhardt, economista del dipartimento Information Technologies del Cep, il Cada deve distinguere tra sistemi realmente sensibili e la maggior parte dei casi d’uso cloud. Nei primi possono servire requisiti di sovranità stringenti. Nei secondi la priorità deve restare concorrenza, portabilità e prezzo. È una distinzione decisiva. Requisiti troppo estesi negli appalti pubblici rischiano di far crescere la spesa, appesantire le gare e complicare obiettivi già difficili da bilanciare. Inoltre, molti fornitori europei dipendono a loro volta da chip e software stranieri. Questo rende fragile una lettura puramente autarchica della sovranità.
Open source, la leva meno visibile ma più strategica
La parte meno discussa del pacchetto è anche una delle più rilevanti. La strategia per un ecosistema digitale aperto affronta il ruolo dell’open source nella sovranità tecnologica europea. L’Ue finanzia già iniziative aperte in diversi settori, dal progetto openEuroLlm al wallet europeo di identità digitale. Tuttavia manca un modello coerente di manutenzione. È un problema strutturale. Il software aperto può ridurre il rischio di lock-in, ma senza manutenzione stabile diventa fragile.
La Commissione propone un nuovo Open-Source Maintenance Instrument per garantire sostegno finanziario nel tempo. Prevede anche una European Digital Public Infrastructure Foundation, destinata alla custodia dei repository. Inoltre introduce un principio open source di default per i bandi pubblici di ricerca e sviluppo.
Per Anselm Küsters, esperto di digitalizzazione del Cep, la sovranità è una precondizione dell’apertura, non il suo contrario. Se l’Europa non riesce a costruire e mantenere almeno parte delle proprie infrastrutture digitali critiche, perde capacità negoziale verso fornitori e rivali geopolitici. Gli ecosistemi open source diventano quindi centrali. Permettono a istituzioni e imprese di costruire senza restare catturate da piattaforme proprietarie. Il punto, però, è capire se il modello di finanziamento reggerà per l’intero ciclo di vita del software.
Il Cep segnala un limite quantitativo. La dotazione stimata dalla Commissione, pari a 2 miliardi di euro in sette anni tra fonti pubbliche e private, appare contenuta rispetto alla spesa proprietaria annua in It, indicata in 264 miliardi. Per questo i fondi dovrebbero essere legati esplicitamente agli obblighi di manutenzione, non solo all’avvio dei progetti.
Data center, l’energia come collo di bottiglia
Il quarto pilastro del pacchetto affronta un tema spesso sottovalutato: l’energia. La roadmap su digitalizzazione e AI nel settore energetico parte da un dato netto. La domanda elettrica dei data center nell’Ue dovrebbe più che triplicare entro il 2030.
La capacità installata passerebbe da circa 10 gigawatt a circa 35 gigawatt. È un salto che può mettere sotto pressione reti, territori e pianificazione energetica nazionale.
La roadmap prevede tre linee di intervento. La prima riguarda l’integrazione dei data center nella pianificazione delle reti nazionali, attraverso accordi tra operatori, autorità pubbliche e soggetti energetici. La seconda punta a usare l’AI nel sistema energetico, per ottimizzare le reti e migliorare la flessibilità della domanda. La terza introduce uno schema di rating per l’efficienza dei data center.
Il rating dovrebbe considerare efficienza energetica, uso dell’acqua, ricorso a rinnovabili e riutilizzo del calore di scarto. È una scelta coerente con l’espansione prevista delle infrastrutture digitali. Senza un governo energetico della crescita, la sovranità tecnologica rischia di scontrarsi con vincoli fisici prima ancora che industriali. La partita dei data center mostra anche quanto siano intrecciati digitale e politiche industriali. L’AI richiede cloud, i cloud richiedono chip, i chip richiedono fabbriche, le fabbriche e i data center richiedono energia. Ogni anello della catena condiziona gli altri.
Il nodo degli appalti pubblici
Una delle raccomandazioni più delicate del Cep riguarda gli appalti. Il pacchetto può usare la domanda pubblica come leva industriale. Ma questa leva va maneggiata con precisione. Nel cloud, gli esperti suggeriscono un uso limitato degli appalti come strumento di sovranità. I requisiti dovrebbero essere circoscritti ad aree di sicurezza chiaramente definite. Qualsiasi obbligo specifico dovrebbe essere stabilito dal legislatore, non delegato ad atti esecutivi o sistemi di certificazione.
Nei chip, invece, la domanda pubblica può sostenere l’investimento in nuove fabbriche. Le AI Gigafactories e le Data Centre Acceleration Zones possono funzionare come clienti di riferimento. Ma solo se le regole di procurement sono scritte per rafforzare questa domanda.
Il Cep indica una condizione precisa. Dove esiste hardware di origine europea e dove questo compete sulla qualità, le preferenze possono consolidare il caso industriale per nuove fabbriche in Europa. Senza questo legame, gli investimenti restano più fragili. Il punto non è usare sempre la domanda pubblica nello stesso modo. Nel cloud serve evitare distorsioni generalizzate. Nei semiconduttori, invece, la mancanza di clienti iniziali può impedire la nascita stessa della capacità produttiva. La politica industriale deve quindi calibrare gli strumenti in base al mercato.
Sovranità senza chiusura
Il messaggio di fondo dell’analisi Cep è netto. La sovranità tecnologica non coincide con il disaccoppiamento. La stessa strategia della Commissione afferma che non significa isolamento, protezionismo o chiusura tecnologica. In senso forte, sovranità significa capacità di agire liberamente. Nel digitale vuol dire poter scegliere tra fornitori, cambiare piattaforma senza costi proibitivi e mantenere i carichi sensibili sotto una giurisdizione adeguata quando serve davvero.
Questa impostazione non implica l’esclusione automatica dei fornitori stranieri dalle gare pubbliche. Implica piuttosto un mercato in cui l’Europa possa negoziare da una posizione meno dipendente. È una differenza sostanziale. La sfida è evitare che la sovranità diventi una parola ombrello per giustificare protezioni permanenti. La storia industriale europea mostra che barriere e preferenze possono creare settori difesi, non necessariamente competitivi. Il rischio è ancora più alto in tecnologie che evolvono rapidamente.
Per questo la qualità delle regole sarà decisiva. Servono basi giuridiche chiare, valutazioni d’impatto, controllo parlamentare e criteri proporzionati. La sovranità tecnologica non può essere costruita trasferendo scelte politiche a organismi tecnici privi di mandato.







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