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NUOVA FINANZA

Fintech, non si ferma il giro di vite di Pechino

Il governo cinese mette paletti a tutte le monete virtuali, ai prestiti e ai fondi comuni di investimento online. Le autorità vogliono esercitare il controllo ma anche scongiurare una bolla speculativa che investa l’intero sistema finanziario

19 Set 2017

Patrizia Licata

Il fintech spaventa le autorità cinesi. Non si tratta solo del bando sui mercati di scamio dei bitcoin: Pechino sta mettendo in atto una vera stretta sui prodotti finanziari di nuova generazione che raccolgono consensi tra i piccoli risparmiatori ma rischiano di fare il bis delle bolle di mercato già verificatesi anni fa e che sono costate l’equivalente di 25 miliardi di dollari a circa 2 milioni di consumatori cinesi.

Nelle scorse settimane le autorità della Banca centrale cinese e i regolatori del mercato finanziario hanno inasprito i controlli sulle piattaforme tecnologiche usate dai consumatori per scambiare monete virtuali, investire in prestiti online e spostare contanti dentro e fuori i fondi comuni di investimento. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, negli ultimi due anni oltre 600 miliardi di dollari sono stati investiti dai piccoli risparmiatori cinesi tramite gli strumenti del fintech, che offrono rendimenti più elevati degli strumenti tradizionali e la rapidità delle transazioni che si svolgono su Internet.

In vista del congresso annuale del Partito comunista cinese a ottobre, che stabilità la prossima leadership del paese, i regolatori vogliono dimostrare che le autorità hanno a cuore gli interessi dei consumatori e intendono ridurre i rischi sul sistema finanziario nazionale.

Secondo gli analisti, Pechino fatica a tenere il passo dell’innovazione tecnologica nel settore finanziario, nonostante i tentativi di comprendere i cambiamenti, come dimostra l’assunzione nella Banca centrale di personale esperto in fintech. Ma per le autorità si tratta solo di tenere sotto controllo la proliferazione di prodotti finanziari “sempre più complicati” e in alcuni casi “non autorizzati e che violano i diritti dei consumatori”.

Di qui una serie di misure adottate da agosto in poi, come i limiti sulla crescita dei fondi comuni di investimento che si basano su transazioni tramite smartphone, l’ingiunzione agli istituti finanziari di registrare le vendite ai piccoli investitori di prodotti di wealth-management ad alto rendimento, il divieto di raccogliere fondi tramite criptovalute come i bitcoin e la chiusura delle Borse online per lo scambio di bitcoin. L’offerta crescente di asset non regolati tramite le criptovalute può aprire la porta alle frodi, sostiene Pechino: intervenire con dei paletti appare necessario per evitare che la situazione sfugga a ogni controllo.

Come ricorda il WSJ, il prezzo dei bitcoin è cresciuto di oltre il 400% da metà 2016 e gli investitori cinesi hanno avuto un peso preponderante in questo boom. Molti osservatori, non solo sul mercato cinese, temono una nuova bolla speculativa simile a quella delle dotcom di inizio anni 2000; il Ceo di JP Morgan. James Dimon, non ha esitato a definire i bitcoin una “frode” destinata a “fare una brutta fine”.

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