Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

IL PROGRAMMA

La Cina punta al rimpatrio dei capitali hi-tech: dopo la globalizzazione un nuovo protezionismo?

Pechino “imita” gli americani e annuncia condizioni favorevoli a chi riporta i capitali nel Paese. Alibaba e Tencent fra i colossi che rientrerebbero nella partita, insieme con 30 unicorni, tra cui Xiaomi

03 Apr 2018

Patrizia Licata

giornalista

La Cina vuole che i suoi colossi hitech quotati generino ricchezza anche in Cina: aziende come Alibaba e Baidu sono entrate sui listini pubblici scegliendo le Borse estere e ora Pechino intende creare condizioni più favorevoli a trattenere i big in patria e a offrire vantaggi agli investitori nazionali. Come? Con lo strumento dei certificati negoziabili o Chinese depositary receipts (CDR): costruiti a specchio sugli americani ADR (American depositary receipts), sarebbero comprati e venuti in yuan sui mercati cinesi. L’occasione è ghiotta anche per i gruppi tecnologici cinesi, soprattutto le start-up e gli unicorni, che avrebbero accesso a ulteriori capitali per la loro crescita.

L’ADR è un certificato negoziabile sul mercato statunitense che rappresenta titoli emessi da una società non statunitense (in genere titoli azionari) ed è studiato per agevolare l’acquisto, il possesso e la vendita di titoli stranieri da parte di investitori statunitensi. Il CDR sarebbe disegnato in modo analogo, secondo quanto spiega oggi Bloomberg; le aziende cinesi quotate su mercati fuori dalla Cina, per esempio a Hong Kong o New York, potrebbero emettere dei CDR nella Cina continentale oppure potrebbero scegliere di effettuare una Ipo nazionale: i regolatori cinesi hanno proposto a marzo una modifica delle norme sulle offerte iniziali d’acquisto per favorire il rientro delle imprese sui listini nazionali (Shanghai o Shenzen).

I CDR aiuterebbero così l’investimento in aziende cinesi che non si sono quotate in Cina, a vantaggio degli investitori nazionali che oggi sui listini interni trovano molte imprese tradizionali sostenute dallo Stato ma poche società innovative. Servirebbero anche ad attrarre altre imprese verso i listini cinesi e in generale a far crescere la disponibilità finanziaria per gli attori dell’hitech cinese. Il mercato azionario della Cina registra transazioni quotidiane per un valore di circa 73 miliardi di dollari contro i 13 miliardi scambiati giornalmente a Hong Kong, riporta Bloomberg: si tratta di un bacino enorme per le imprese a caccia di capitali e gli analisti pensano che molte aziende hitech sarebbero interessate a qualche forma di quotazione nazionale, che porterebbe sia nuove risorse che un potenziamento del brand in Cina.

I CDR sono per ora un progetto pilota, perché si applicano alle aziende quotate fuori dalla Cina che hanno un valore di mercato superiore a 200 miliardi di yuan, ma ai requisiti richiesti dal governo rispondono sia le “red chip” nazionali (aziende cinesi quotate all’estero con elevata capitalizzazione) come Alibaba, Tencent, Baidu, JD.com e NetEase, sia, secondo i dati di China International Capital, una trentina di unicorni, da Xiaomi a Ant Financial (parte di Alibaba). Al programma potranno partecipare anche le aziende cinesi con sede legale all’estero e non quotate, effettuando un’Ipo o tramite i CDR, purché abbiano valore superiore a 20 miliardi di yuan (3,2 miliardi di dollari) e fatturato di almeno 3 miliardi di yuan nei 12 mesi passati.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5